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La macchina infernale

La voce di Giocasta (in fondo alle scale. Ha un timbo marcato; il timbro internazionale dei «reali») Ancora una scala, esecro le scale! Perché tutte queste scale? Non ci si vede niente. Dove siamo?
La voce di Tiresia Ma, signora, lo sapete quello che penso di questa scappata, e non sono io…
La voce di Giocasta Tacete, Zizi. Aprite la bocca solo per dire sciocchezze. È proprio il momento di fare la morale.
La voce di Tiresia Bisognava prendere un’altra guida. Sono quasi cieco.
La voce di Giocasta A cosa serve essere indovino, mi chiedo! Non sapete neppure dove si trovano le scale. Mi romperò una gamba! Sarà colpa vostra, Zizi, colpa vostra, come sempre.
Tiresia I miei occhi di carne si spengono a pro’ di un occhio interiore, di un occhio che rende ben altri servigi che quello di contare gli scalini.
Giocasta Eccolo offeso per il suo occhio! su, su; vi vogliamo bene Zizi; ma le scale mi fanno ammattire. Bisognava venire, Zizi, bisognava venire.
Tiresia Signora…
Giocasta Non siate cocciuto. Non pensavo che ci fossero questi maledetti gradini; salirò all’indietro; voi mi sosterrete, non abbiate paura. Vi guido io. Ma se guardassi gli scalini, cadrei. Prendetemi le mani. Andiamo! (Compaiono). Su… su… su… quattro, cinque, sei, sette… (Giocasta arriva sulla piattaforma e si dirige a sinistra).

Tiresia le pesta l’orlo della sciarpa; grido di Giocasta.

Tiresia Che avete?
Giocasta Il vostro piede, Zizi; mi pestate la sciarpa.
Tiresia Scusatemi…
Giocasta Daccapo! si rioffende! Ma non ce l’ho con te… ce l’ho con la sciarpa! sono circondata da oggetti che mi odiano! tutto il giorno questa sciarpa mi strozza: un momento s’impiglia nei rami, un altro momento s’attorciglia al mozzo d’un carro, oppure tu ci cammini sopra. È fatto apposta: e io la temo, non oso separarmene. È terribile, terribile, mi ucciderà!
Tiresia Ecco in che stato avete i nervi.
Giocasta E io mi chiedo, a cosa serve il tuo terzo occhio? Hai trovato la Sfinge? hai trovato gli assassini di Laio? hai placato il popolo? Mi mettono le guardie alla porta e mi lasciano con oggetti che mi odiano e vogliono la mia morte!
Tiresia Per una diceria qualunque…
Giocasta Le cose io le sento: le sento meglio di tutti voi! (Accenna al ventre) Le sento qui. Si è fatto tutto il possibile per scoprie gli assassini di Laio?
Tiresia La signora sa bene che la Sfinge rendeva impossibili le ricerche.
Giocasta Ebbene, io me n’infischio delle vostre budella da pollastri… sento qui… che Laio soffre e vuole lamentarsi. Ho deciso di chiarire questa faccnda e di ascoltare io stessa quella giovane guardia; e la sentirò. Sono la vostra regina, Tiresia, non dimenticatelo.
Tiresia Pecorella mia, bisogna capire un povero cieco che ti adora, che vigila su di te e vorrebbe che tu dormissi nella tua camera invece di rincorrere un’ombra in una notte tempestosa, sulle mura.
Giocasta (misteriosa) Io non dormo.
Tiresia Non dormite?
Giocasta No, Zizi, non dormo. La Sfinge, l’assassinio di Laio, mi hanno stremato i nervi; avevi ragione di dirmelo. Non dormo più ed è meglio, perché se mi addormento un attimo, faccio un sogno, uno solo, e poi sto male tutto il giorno.
Tiresia Non è forse il mio mestiere interpretare i sogni?
Giocasta Il luogo del sogno rassomiglia vagamente a questa piattaforma; ecco, te lo racconto. Sono in piedi, di notte; cullo una specie di popante; a un tratto questi diventa una pasta vischiosa che mi scivola tra le dita; io urlo e tento di buttarla via; ma… Zizi… se sapessi, è una cosa immonda; quella roba, la pasta, mi rimane incollata addosso e quando mi credo libera, torna a tutta velocità e mi schiaffeggia il viso. E quella pasta è viva; ha come una bocca che s’incolla sulla mia; e s’insinua dappertutto; mi cerca il ventre, le cosce. Quale orrore!

Da: Jean Cocteau, La voce umana – La macchina infernale (tit. originali La voix humaine – La machine infernale), Einaudi, Torino 1989. Traduzione di Marisa Zini. 104 pagine, 9,80 €.

Gospels of Childhood. The Diptych

Avevo prenotato un biglietto per questo spettacolo del Teatr ZAR, che non conoscevo, ma che mi sembrava interessante a giudicare dalla presentazione, così ieri pomeriggio sono andata alla Stazione Leopolda senza sapere che cosa aspettarmi esattamente. Ci fanno entrare alle 19 in punto e, percorrendo tutta l’ex stazione, ci fanno uscire e proseguire lungo la linea dei binari fino a un edificio un po’ sperduto, la sala Alcatraz (mai nome fu più azzeccato). Dopo qualche minuto di attesa entriamo nell’edificio quasi completamente al buio, si vedono solo delle scale sopra la nostra testa e si sente un canto. Si arriva subito al palco e vediamo alcuni uomini e donne riuniti in cerchio, intorno a delle candele, che intonano un canto religioso, forse ortodosso.

Così si presenta Teatr ZAR, come colto sul fatto dal pubblico, come estraneo al pubblico, come se non si trattasse affatto di una rappresentazione. Il pubblico sembra in fondo non entrarci molto con quanto sta accdendo, sembra quasi un elemento di disturbo, volendo.

La sala è piccolissima, siamo una cinquantina: la prima fila, dove io siedo, è a ridosso del palco, alcune sedie sono state messe addiritura sul palco stesso. Il pubblico è silenziosissimo, anche se dietro di me percepisco a tratti un po’ di impazienza. La cosa bella di Fabbrica Europa è che ci sono anche alcuni anziani, e quando dico anziani intendo proprio anziani, tipo una bellissima coppietta intorno agli ottanta.

Teatr ZAR

Dopo poco gli attori spengono tutte le candele, una a una, e si piomba nel buio più totale. Ma l’esperienza è già iniziata.

Teatr ZAR nasce da alcuni membri dell’Istituto Grotowski di Wroclaw che, in seguito ad alcune spedizioni a Tbilisi, in Georgia, decidono di riunirsi e creano questo trittico, Gospels of Childhood, presentato a Firenze in forma di dittico in quanto sono state messe in scena solo la prima e la terza parte (la seconda era passata a Fabbrica Europa nel 2007).

Da Tbilisi gli undici componenti di Teatr ZAR e il loro direttore artistico Jaroslaw Fret, che è anche direttore dell’Istituto Grotowski, hanno portato i canti polifonici degli Svaneti, considerati la più antica forma di polifonia al mondo. Con questi canti hanno allestito la prima parte della performance, l’Overture, unendoli a testi dai vangeli apocrifi di Maria Maddalena, Filippo e Tommaso, e brani da Dostoevskij e Simone Weil.

Ma cosa fa Teatr ZAR? Non fa physical theatre, non fa teatro-danza: alla recitazione, alla danza e all’attenzione per il corpo il gruppo unisce  infatti anche la vocalità. Sebbene non si possa dire che uno degli elementi prevalga sugli altri, si può forse notare tuttavia una certa predilezione per la dimensione vocale e una volontà di unire all’elemento visuale quello uditivo. Il bellissimo libretto che ci è stato fornito come presentazione riporta infatti: «Il lavoro del Teatr ZAR risulta dalla convinzione che essenziale per il teatro non è soltanto quello che si nasconde nel termine greco thea, cioè vedere, percepire con la vista, ma soprattutto ascoltare: il teatro deve essere percepito con l’udito. [...] Crediamo perfino che il corpo dell’attore cantante risplenda e emani l’energia del suono e del canto che lui stesso sta diventando».

Teatr ZAR

Ciò è ottenuto attraverso un’attenzione estrema alla stimolazione sensoriale: ecco dunque il buio e il gioco di luci sempre molto fioche e soffuse, la vicinanza con il pubblico, l’ambiente piccolo. E poi l’attenzione alla corporeità che è quella tipica del physical theatre, ma anche l’attenzione all’elemento uditivo, per cui il suono prevale sulla parola. Teatr ZAR recita infatti in polacco e solo sporadicamente in inglese, mentre le molte parti polifoniche sono cantate in polacco, georgiano, greco. Capire le parole non è importante (anche se nell’intervallo ci viene fornita, insieme al libretto, una traduzione), l’essenziale è lasciare che i propri sensi partecipino a quanto accade sul palco, e la comprensione verrà da sé.

Matej Matejka

Dal libretto apprendiamo anche che «ZAR propone il teatro del periodo che precede le divisioni in generi e stili; dai tempi in cui il teatro rappresentava un’unione delle arti o perfino un’unione del mestiere e della vita». Ed è proprio questa l’impressione che si ha assistendo alla loro performance: di essere di fronte a un teatro totale, che riunisce in sé le diverse arti performative formando così un tutto unico che non ha ancora trovato un nome, e che forse di nome non ha alcun bisogno.

La terza parte, la seconda in questo caso, intitolata Anhelli. The Calling, è un omaggio al poeta romantico polacco Julius Slowacki e al suo poema Anhelli. Se prima il tema era la resurrezione impossibile di Lazzaro, ora si tratta della necessità di rendere il corpo uno spazio vuoto per permettere a un angelo di entrarvi e possederlo. Gli elementi sono gli stessi della parte precedente, anche se in questo caso i canti non sono principalmente georgiani ma sardi e còrsi.

Alla fine dello spettacolo, con i corpi di cinque uomini sotto un enorme telo-sudario, il pubblico non sa se applaudire o andarsene in silenzio: in fondo non si è assistito a uno spettacolo, ma a una sorta di rappresentazione sacra.

Nella performance gli elementi che rimandano alla tradizione cristiana sono molti ma, come ha sottolineato Jaroslaw Fret in un’intervista, molti dei membri del Teatr ZAR non sono cristiani e non è la simbologia religiosa che li interessa: «Incontrare questi canti significa incontrare persone di cui si rispettano le caratteristiche e le differenze». La precisazione è contenuta in questo lungo ma bellissimo articolo di Jim O’Quinn su Theatre Communications Group (in inglese).

Oltre alla performance in sé che, come si è compreso, mi è piaciuta come poche altre, vanno elogiati anche gli attori-danzatori-cantanti-musicisti della compagnia: perché recitano facendo venire la pelle d’oca pure se non si capisce cosa dicono, perché si muovono come atleti o a volte come bambole (quante volte si sono buttati a terra senza frantumarsi?) quasi come se non fossero umani, perché cantano divinamente, ma davvero divinamente, e inoltre lo fanno mentre si disarticolano, mentre si scaraventano a terra, addirittura mentre sono sdraiati supini.

Complimenti vissimi a Teatr ZAR, e grazie a Fabbrica Europa, fucina di meraviglie (a proposito, ho visto anche il monologo Albero senza ombra di César Brie, che mi aveva incantato l’anno scorso con il Teatro de los Andes che recitava l’Odissea – ma di questo ha scritto Roberto).

[Le immagini, nell'ordine, sono tratte da http://www.teatry.art.pl/n/czytaj/20537, http://www.tuwroclaw.com/wiadomosci,grotowski-na-grobli,wia5-3267-2097.html e http://www.theatrealberta.com/dramaworks2009_instructors.htm]

La tempesta

Prospero. Thou poisonous slave, got by the devil himself
Upon thy wicked dam come forth!

Enter Caliban.

Caliban. As wicked dew as e’er my mother brushed
With raven’s feather from unwholesome fen
Drop on you both. A south-west blow on ye
And blister you all o’er.

Prospero. For this, be sure, tonight thou shalt have cramps,
Side-stitches that shall pen thy breath up, urchins
Shall for that vast of night that they may work
All exercise on thee: thou shalt be pinched
As thick as honey-comb, each pinch more stinging
Than bees that made ‘em.

Caliban. I must eat my dinner.
This island’s mine, by Sycorax my mother
Which thou tak’st from me. When thou cam’st first,
Thou strok’st me, and made much of me wouldst give me
Water with berries in’t, and teach me how
To name the bigger light, and how the less,
That burn by day and night. And then I loved thee,
And showed thee all the qualties o’th’isle,
The fresh springs, brine-pits, barren place and fertile.
Cursed be I that did so! All the charms
Of Sycorax – toads, beetles, bats light on you!
For I am all the subjects that you have,
Which first was mine own king; and here you sty me
In this hard rock, whiles you do keep from me
The rest o’th’island.

Prospero. Thou most lying slave
Whom stripes may move, not kindness! I have used thee,
Filth as thou art, with humane care, and lodged thee
In mine own cell, till thou didst seek to violate
The honour of my child.

Caliban. O ho, O ho! Would’t had been done!
Thou didst prevent me. I had peopled else
This isle with Calibans.

Miranda.* Abhorrèd slave,
Which any print of goodness wilt not take,
Being capable of all ill! I pitied thee,
Took pains to make thee speak, taught thee each hour
One thing or other. When thou didst not, savage,
Know thine own meaning, but wouldst gabble like
A thing most brutish, I endowed thy purposes
With words that made them known. But thy vild race,
Though thou didst learn, had that in’t which good natures
Could not abide to be with. Therefore wast thou
Deservedly confined into this rock, who hadst
Deserved more than a prison.

Caliban. You taught me language, and my profit on’t
Is, I know how to curse. The red plague rid you
For learning me your language!

Prospero. Hag-seed, hence!
Fetch us in fuel – and be quick, thou’rt best,
To answer other business. Shrug’st thou, malice?
If thou neglect’st, or dost unwillingly
What I command, I’ll rack thee with old cramps,
Fill all thy bones with aches, make thee roar,
That beasts shall tremble at thy din.

Caliban. No, pray thee!
- I must obey. His art is of such power,
It would control my dam’s god Setebos,
And make a vassal of him.

Prospero. So, slave. Hence!

Exit Caliban.

*

Prospero. Tu, schiavo pestifero, concepito dal diavolo in persona
con la tua perfida madre, vieni fuori!

Entra Calibano.

Calibano. Una rugiada malefica quanto quella che mia madre raccoglieva
con penne di corvo da paludi pestifere
possa ricadere su di voi! Possa soffiare un vento di libeccio
che vi ricopra di piaghe.

Prospero. Per queste parole, sii certo, stanotte avrai crampi,
e trafitture ai fianchi da mozzarti il fiato; folletti irti come ricci,
nelle profondità della notte, eserciteranno su di te
la loro opera: avrai tante punture
quante vi sono celle in un alveare, ognuna più acuta e pungente
delle api che la provocano.

Calibano. Devo inghiottire il rospo.
Pure, è mia quest’isola, mi viene da mia madre, Sicorace,
e tu me la sottrai. Al tempo in cui giungesti
mi accarezzavi e mi tenevi in gran conto e mi davi
infusi di bacche e mi insegnavi come
chiamare la luce maggiore e la minore
che ardono giorno e notte. E allora ti amavo
e ti ho mostrato tutti i pregi dell’isola,
le fresche sorgenti, le pozze d’acqua salata, i luoghi fertili o sterili.
Maledetto me per averlo fatto! Tutti i sortilegi
di Sicorace, rospi, scarafaggi, pipistrelli, si abbattano su di voi!
Poiché io sono tutti i sudditi che voi avete,
io, che un tempo ero re di me stesso; e ora mi relegate
in questa dura roccia, e mi rubate
il resto dell’isola.

Prospero. Schiavo bugiardo,
che solo la frusta può piegare e non la dolcezza!
Io ti ho trattato, sebbene non fossi che letame,
con umanità, e ti ho accolto nella mia stessa grotta
fino a quando tu non cercasti di violare l’onore di mia figlia.

Calibano. Oh, oh, se almeno vi fossi riuscito!
ma tu me l’impedisti, che altrimenti avrei popolato
l’isola di Calibani.

Miranda.* Schiavo abominevole,
su cui mai potrà imprimersi il marchio della bontà,
sei capace di ogni male! Io ho avuto compassione di te,
mi sono dato la pena di farti parlare, ti ho insegnato di ora in ora
questa e poi quella cosa. Quando tu, selvaggio,
non conoscevi ciò che dicevi, ma usavi suoni inarticolati
come il più bruto degli esseri, io dotai i tuoi primitivi pensieri
di parole che li rendevano accessibili. Ma la tua razza infame,
sebbene tu riuscissi a apprendere, aveva in sé qualcosa che le nature gentili
non possono tollerare. Per questo sei stato
giustamente confinato in questa roccia, tu che hai meritato
più che la prigione.

Calibano. Mi avete insegnato a parlare, e il mio solo vantaggio
è che ora so maledire. La peste bubbonica vi stermini
per avermi insegnato la vostra lingua!

Prospero. Seme di strega, via!
portaci ancora legna da ardere; e tienti pronto – sarà meglio per te -
a eseguire altre faccende. Scrolli le spalle, maligno?
Se trascuri o fai malvolentieri
quel che ti chiedo, ti saprò tormentare coi crampi della vecchiaia,
riempire tutte le tue ossa di fitte, farti ruggire
così che tremeranno le bestie al tuo strepito.

Calibano. No, ti prego!
Devo obbedire: la sua arte ha una tale potenza
che saprebbe piegare il dio di mia ade, Setebos,
e farne un vassallo.

Prospero. E dunque, schiavo, via!

Esce Calibano.

* Molte lezioni moderne assegnano tutta questa battuta a Prospero anziché a Miranda.

Da: William Shakespeare, La tempesta (tit. originale The Tempest), Mondadori, Milao 1991. Traduzione di Alfredo Obertello.

*

Qui si può leggere l’intera opera in italiano.
Qui si può leggere in inglese.

I monologhi della vagina

Eve Ensler, I monologhi della vagina, (tit. originale The Vagina Monologues), il Saggiatore, Milano 2008. Traduzione di Margherita Bignardi. 218 pagine. 7,50 €.

Questo libro mi aveva sempre incuriosito, ma la mia idea era che si trattasse di un libro divertente, e comunque piuttosto stupido. Non so dire da cosa derivasse questo pregiudizio. Sta di fatto che è totalmente sbagliato.

Ci sono certamente dei tratti simpatici, per esempio dove la Ensler chiede «Se la tua vagina si vestisse, che cosa indosserebbe?». Ma l’essenza del libro è fondamentalmente tragica.

La Ensler ha passato anni a intervistare donne di varia età e provenienza geografica e sociale. Alla fine ha messo insieme le risposte di tutte queste donne, scegliendo quelle che preferiva e mescolandole a volte tra loro, e ne ha ricavato dei monologhi. Il risultato è che nel libro c’è di tutto: tutto quello che ruota intorno alla vagina e alla donna. Dal monologo sui peli (per amare la propria vagina, bisogna amare anche i propri peli) a quello a più voci sulle mestruazioni, e poi stupri, percosse, violenze, transessuali, partorienti, lesbiche, donne che non avevano confidenza con la propria vagina e che possono ringraziare Eve Ensler per essere state liberate. Storie atroci come quelle delle donne di conforto, donne rapite e costrette alla schiavitù sessuale dai militari giapponesi fra il 1942 e il 1945. O come quelle delle donne stuprate durante la guerra dei Balcani. Ma anche quella della donna ormai anziana per sempre inibita dalla «inondazione» provata «là sotto» nella macchina del suo primo ragazzo, il quale poi l’aveva accusata di avergli sporcato il sedile. E tante, tante storie che non si possono sintetizzare qui in due parole, ognuna importante.

Ai monologhi la Ensler alterna i fatti: l’utilità del clitoride (‘unico organo che serve esclusivamente al piacere), i dati sulla mutilazione genitale femminile, quelli sulla “cura” della masturbazione.

L’intento di Eve Ensler è restituire dignità alle donne, far sì che esse si riapproprino del proprio corpo.  Per questo dal 1998, anno di pubblicazione del libro, organizza il V-Day, una manifestazione culturale dove la donna, e con essa la vagina, riacquista se stessa, la propria centralità. Scopo è raccogliere fondi per aiutare le donne a uscire dalla spirale della violenza, ad esempio costruendo case in Africa dove le bambine si possono rifugiare per sfuggire alla mutilazione genitale.

Perché le donne si riappoprino del linguaggio che designa le parti del proprio corpo, a partire da “vagina”, per riappropriarsi così del proprio corpo stesso. Perché di quel linguaggio si approprino anche gli uomini. Perché nessuno più dica che è una parola «sporca», come la Ensler si sentiva rispondere quando protestava per la censura del titolo della sua pièce in I monologhi della v. Perché dire che è una parola sporca è un po’ come dire che è una zona del corpo sporca, che chi la possiede è sporca. Perché può sembrare una stupidaggine, ma censurare il linguaggio è il primo passo verso l’avallamento di comportamenti discriminatori se non, peggio, violenti nei confronti delle donne.

Io ho sempre detto «mestruazioni», per esempio. Mi è sempre sembrata una parola normale. Una sorta di conquista di un tassello di me. Perché io non mi vergogno del mio corpo, e censurare, dire «le mie cose» al posto di «mestruazioni» o «sotto» al posto di «vagina», secondo me significa vergognarsi di se stesse. E se ci si deve vergognare solo di ciò che è sbagliato, vuol dire che noi siamo sbagliate?

Le donne dovrebbero leggerlo obbligatoriamente. Gli uomini anche, o forse soprattutto loro. Al V-Day di Belgrado «è successa una cosa stupefacente: gli uomini piangevano… la maggior parte di loro riusciva a stento a definire cos’era successo… Hanno capito qualcosa. Non c’erano né rabbia né atteggiamenti difensivi».

Per approfondire:

* il sito del V-Day (in inglese)
* il portale Antiviolenzadonna
* lo sportello antiviolenza
* un articolo sulle donne di conforto della Corea
* un’intervista a Song Shin-do, l’unica donna di conforto che abbia citato il governo giapponese

Free Mistake Project

Oggi voglio segnalare agli appassionati di teatro, e soprattutto agli addetti ai lavori, Free Mistake Project Studio, un team di lavoro che ha dato impulso a un progetto di aggregazione artistica sia a livello creativo che a livello produttivo, in cui la ricerca sperimentale è senza rete. Uno spazio aperto alla contaminazione, in cui coesistono e si incontrano attori, cantanti, musical performers, registi, sceneggiatori…

Il gruppo è impegnato a Roma il 4 giugno nel party Jumping in an empty pool, un’installazione teatrale con jam-session, che vuole riflettere sulle conseguenze estreme della sterilità del mercato italiano.

La serata purtroppo è solo su invito, ma il gruppo è assolutamente da tenere d’occhio.