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Épépé

Dentro c’è una marea di gente, bisogna mettersi in fila alla reception e, quando finalmente si trova dinanzi a un portiere canuto, vestito di scuro, una famigliola chiassosa comincia a spintonarlo, padre, madre e tre irrefrenabili bambini, arrivati con mille pacchi e valigie, lo tallonano con impazienza appena mascherata; qui tutto si svolge molto velocemente, quasi senza la sua partecipazione. Si rivolge al portiere in finlandese ma nemmeno questo lo capisce, allora prova con l’inglese, il francese, il tedesco, il russo senza risultati evidenti: il portiere gli risponde in una lingua strana che Budai a sua volta non capisce. A questo punto gli fa vedere il suo passaporto, il portiere lo prende, forse per registrare i dati, e in cambio gli consegna delle chiavi attaccate a un pomo d’ottone. Nel passaporto c’è anche l’assegno con la diaria ufficiale per il viaggio all’estero che Budai ha ricevuto ancora a casa. Il portiere ritira anche questo e girando velocemente la manopola di una piccola calcolatrice, scrive la somma su un modulo già timbrato, evidentemente si tratta del cambio in moneta locale, almeno così deduce dal suo rapido discorso accompagnato da gesti. Budai tenta di protestare. Non ha alcuna intenzione di cambiare qui i suoi traveller’s cheque, ma nessuno lo capisce. Dietro, la famiglia invadente e strepitante lo spinge sempre di più, con strilli acuti di bambini e svolazzare di documenti, e il portiere gli indica perentorio la cassa vicina. Budai giudica inutile ogni ulteriore sforzo di farsi comprendere, cede il posto e si avvia verso lo sportello indicato.

Da: Ferenc Karinthy, Épépé (tit. originale Epepe), Voland, Roma, 2001. Traduzione di Agi Berta. 219 pagine, 13,50 €.

Chi siete?

17 marzo
Il novizio chiede: se un lavoro non è convincente fin dall’inizio, perché noi lo pubblichiamo? Io gli ho risposto che oramai l’editoria non pubblica libri, promuove autori. C’è una sottile differenza. Si punta sullo scrivente, non sullo scritto.

18 marzo
Il novizio mi ha chiesto se è più importante che un libro venga letto oppure letto e apprezzato.
“Acquistato”, gli ho risposto.

Da: Aldo Moscatelli, Questo non è un libro (romanzo a episodi), I sognatori, Lecce, 2010. 121 pagine, 9,40 euro. 

La casa editrice.
Il (non) libro, di cui è possibile scaricare gratuitamente la prima metà.
I blog della casa editrice: il nuovo e il vecchio (su Splinder, destinato purtroppo a scomparire).

Una tromba nello uadi

Una tromba nello uadiSami Michael, Una tromba nello uadi (tit. originale Hatzotzrah bavadi), Giuntina, Firenze 2008. Traduzione di Shulim Vogelmann. 270 pagine, 15 €.

Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo.  Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.

Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.

«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»

Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.

L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.

Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.

Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.

Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.

L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.

Per approfondire:

* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro

Il mondo deve sapere

Il mondo deve sapereMichela Murgia, Il mondo deve sapere. Romanzo tragicomico di una telefonista precaria, Isbn, Milano 2010. 145 pagine, 9 euro.

L’altro giorno aspettavo un amico in libreria curiosando fra i libri. Questo mi ha attratto, forse per il contrasto fra il titolo altisonante e l’immagine di copertina, un anonimo aspirapolvere. Così ho cominciato a leggerne qualche pagina e mi sono sbellicata dalle risate – cosa molto opportuna in questo momento, dunque l’ho comprato.

L’ho letto in un pomeriggio, e devo dire che già il giorno dopo faceva molto meno ridere di quando l’avevo sfogliato in libreria. O meglio, fa effettivamente ridere, ma è un riso amaro, che si accompagna spesso alla riflessione su una condizione ormai endemica in Italia, che è non solo quella del precariato ma anche quella dei lavori orribili e sottopagati. Alcune scene fanno tutt’altro che ridere, come quella in cui il venditore appena licenziato si ritrova in strada a piangere e vomitare.

Questo è stato il primo libro di Michela Murgia, pubblicato da Isbn nel 2006 sulla traccia di un blog (e si sente) e ora ristampato nella collana Reprints. Racconta con toni diretti e per nulla pacati il mese che l’autrice ha trascorso come telefonista in un call center della multinazionale Kirby, dove era pagata per vendere aspirapolveri. O meglio, per chiamare le casalinghe ignare regalando loro un fantomatico “buono omaggio”, ovvero introducendo in casa delle poverette un astuto venditore, confidenzialmente chiamato Shark. La Murgia racconta dunque come si svolge la telefonata tipo, le possibili obiezioni, la tipologia di bersagli contattati, le tecniche motivazionali che mirano più che altro alla distruzione della dignità della persona.

Tutto questo è tanto più interessante, se letto a metà tra due colloqui in call center dediti alla vendita telefonica, conclusisi ovviamente con un diniego da parte mia perché c’è un limite a tutto. Ed è interessante anche per chi con i call center non ha mai avuto a che fare, perché a volte uno non ci pensa che esistano certi lavori così schifosi.

Link:

* il sito di Michela Murgia
* la pagina del libro sul sito di Isbn, con ricca rassegna stampa

La ballata della Mama Nera

Roberta Lepri, La ballata della Mama Nera, Avagliano, Roma 2010. 189 pagine, 13 euro.

La Mama Nera è la capofamiglia di un campo rom a Grosseto. Nera dentro e fuori, tutti la rispettano, è una vera matriarca piena di saggezza. Non potendo avere figli, si circonda di uno stuolo di “nuore” e “nipoti” che pendono dalle sue labbra. Uno di questi è Manuel, un ragazzino appena adolescente che però vive e si comporta già da uomo.

Altro protagonista è poi Ughino, un bambino poco più piccolo di Manuel che però è assolutamente infantile, come si conviene a un bambino gagio della sua età. Il babbo di Ughino è un poliziotto, uno di quelli cattivi che amano picchiare la gente e a cui prudono sempre le mani. Il poliziotto Gino Cellini è forse uno dei personaggi meglio caratterizzati, risulta terribilmente vero. Razzista, odia gli zingari, e però vota comunista. Il matrimonio con Patrizia è ormai fallito, è evidente che i due non si amano più e Ughino lo percepisce, perché non c’è mai un’atmosfera di serenità e di affetto in casa sua.

Atmosfera che invece Ughino respira a pieni polmoni quando va a trovare la sua amichetta Sara, la cui famiglia è perfetta: il padre è un famoso e rispettato medico, la madre è assistente sociale e spesso le capita di occuparsi proprio degli zingari del campo. Il padre è spesso in giro per lavoro e porta sempre bellissimi regali alla figlioletta. Ughino invidia questa famiglia perfetta, che lui non avrà mai.

A sconvolgere la vita della tranquilla cittadina di provincia, un giorno viene trovato il cadavere di un bambino sepolto al margine del campo rom. Fin troppo comodo e naturale per il poliziotto Cellini dare la colpa agli zingari, capro espiatorio perfetto fornito su un piatto d’argento.

Ma niente è come sembra, nel romanzo e spesso anche nella vita. Di più non si può dire, anzi forse ho già detto troppo.

Lo stile non è eccezionale ma è comunque buono, la tematica trattata è fortissima e l’autrice dimostra grande coraggio nello scrivere un romanzo di questo tipo, volto a scardinare luoghi comuni e preoncetti. E ci riesce, bisogna dire. Molto interessante il cambio di punti di vista, per cui molto spesso il lettore si sente vicino a Ughino, ma può anche avvicinarsi al pensiero del padre, di Manuel, della Mama Nera, di Sara.

Tuttavia, sebbene il romanzo prenda e non permetta di staccarsi dalla lettura fino alla fine, mi sarei aspettata qualcosa di più. Mi pare manchi un po’ di approfondimento, e soprattutto di coesione e coerenza. Arrivati alla fine, alcuni degli avvenimenti non sembrano trovare il proprio posto nel puzzle: ho continuato, dopo avere terminato la lettura, a chiedermi il perché di alcune scelte narrative fondamentali, ma non sono riuscita a capirlo.

Insomma, l’idea è ottima, lo sviluppo così così, ed è un vero peccato. Tuttavia penso che valga la pena tenere d’occhio l’autrice, oltretutto simpaticissima ed entusiasta (ho avuto la fortuna di conoscerla al Pisa Book Festival, dove ho comprato il libro). Peraltro ho scoperto in seguito che Roberta Lepri è co-fondatrice della 18:30 Edizioni.

Qualche link:

* il sito di Roberta Lepri
* la pagina dedicata al libro sul sito dell’autrice (con recensioni, booktrailer, video di presentazioni e reading)
* il sito della casa editrice

PS. Nota di merito per Avagliano, che nel colophon riporta anche i nomi degli editor e dell’impaginatore.