Roberta Lepri, La ballata della Mama Nera, Avagliano, Roma 2010. 189 pagine, 13 euro.
La Mama Nera è la capofamiglia di un campo rom a Grosseto. Nera dentro e fuori, tutti la rispettano, è una vera matriarca piena di saggezza. Non potendo avere figli, si circonda di uno stuolo di “nuore” e “nipoti” che pendono dalle sue labbra. Uno di questi è Manuel, un ragazzino appena adolescente che però vive e si comporta già da uomo.
Altro protagonista è poi Ughino, un bambino poco più piccolo di Manuel che però è assolutamente infantile, come si conviene a un bambino gagio della sua età. Il babbo di Ughino è un poliziotto, uno di quelli cattivi che amano picchiare la gente e a cui prudono sempre le mani. Il poliziotto Gino Cellini è forse uno dei personaggi meglio caratterizzati, risulta terribilmente vero. Razzista, odia gli zingari, e però vota comunista. Il matrimonio con Patrizia è ormai fallito, è evidente che i due non si amano più e Ughino lo percepisce, perché non c’è mai un’atmosfera di serenità e di affetto in casa sua.
Atmosfera che invece Ughino respira a pieni polmoni quando va a trovare la sua amichetta Sara, la cui famiglia è perfetta: il padre è un famoso e rispettato medico, la madre è assistente sociale e spesso le capita di occuparsi proprio degli zingari del campo. Il padre è spesso in giro per lavoro e porta sempre bellissimi regali alla figlioletta. Ughino invidia questa famiglia perfetta, che lui non avrà mai.
A sconvolgere la vita della tranquilla cittadina di provincia, un giorno viene trovato il cadavere di un bambino sepolto al margine del campo rom. Fin troppo comodo e naturale per il poliziotto Cellini dare la colpa agli zingari, capro espiatorio perfetto fornito su un piatto d’argento.
Ma niente è come sembra, nel romanzo e spesso anche nella vita. Di più non si può dire, anzi forse ho già detto troppo.
Lo stile non è eccezionale ma è comunque buono, la tematica trattata è fortissima e l’autrice dimostra grande coraggio nello scrivere un romanzo di questo tipo, volto a scardinare luoghi comuni e preoncetti. E ci riesce, bisogna dire. Molto interessante il cambio di punti di vista, per cui molto spesso il lettore si sente vicino a Ughino, ma può anche avvicinarsi al pensiero del padre, di Manuel, della Mama Nera, di Sara.
Tuttavia, sebbene il romanzo prenda e non permetta di staccarsi dalla lettura fino alla fine, mi sarei aspettata qualcosa di più. Mi pare manchi un po’ di approfondimento, e soprattutto di coesione e coerenza. Arrivati alla fine, alcuni degli avvenimenti non sembrano trovare il proprio posto nel puzzle: ho continuato, dopo avere terminato la lettura, a chiedermi il perché di alcune scelte narrative fondamentali, ma non sono riuscita a capirlo.
Insomma, l’idea è ottima, lo sviluppo così così, ed è un vero peccato. Tuttavia penso che valga la pena tenere d’occhio l’autrice, oltretutto simpaticissima ed entusiasta (ho avuto la fortuna di conoscerla al Pisa Book Festival, dove ho comprato il libro). Peraltro ho scoperto in seguito che Roberta Lepri è co-fondatrice della 18:30 Edizioni.
Qualche link:
* il sito di Roberta Lepri
* la pagina dedicata al libro sul sito dell’autrice (con recensioni, booktrailer, video di presentazioni e reading)
* il sito della casa editrice
PS. Nota di merito per Avagliano, che nel colophon riporta anche i nomi degli editor e dell’impaginatore.
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Una tromba nello uadi
Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo. Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.
Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.
«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»
Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.
L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.
Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.
Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.
Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.
L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.
Per approfondire:
* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro
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Inserito in intercultura, letterature "altre", recensioni e commenti
Etichette Giuntina, guerra, letteratura israeliana, piccola editoria, Sami Michael