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Chi siete?

17 marzo
Il novizio chiede: se un lavoro non è convincente fin dall’inizio, perché noi lo pubblichiamo? Io gli ho risposto che oramai l’editoria non pubblica libri, promuove autori. C’è una sottile differenza. Si punta sullo scrivente, non sullo scritto.

18 marzo
Il novizio mi ha chiesto se è più importante che un libro venga letto oppure letto e apprezzato.
“Acquistato”, gli ho risposto.

Da: Aldo Moscatelli, Questo non è un libro (romanzo a episodi), I sognatori, Lecce, 2010. 121 pagine, 9,40 euro. 

La casa editrice.
Il (non) libro, di cui è possibile scaricare gratuitamente la prima metà.
I blog della casa editrice: il nuovo e il vecchio (su Splinder, destinato purtroppo a scomparire).

Hitler e dintorni

Immagine di Hitler e l'enigma del consensoIan Kershaw, Hitler e l’enigma del consenso, Laterza, 2004.

Recentemente mi sono trovata a leggere due libri che portano nel titolo il nome del più feroce dittatore mai esistito.
Il primo è questo saggio storico di Ian Kershaw, che si interroga su come Hitler sia potuto giungere al potere in uno stato culturalmente evoluto come la Germania.
Hitler era stato un giovane per nulla brillante, rifugiatosi a Monaco per non essere costretto al servizio militare nell’esercito austriaco, che comunque lo dichiarò inidoneo per costituzione troppo debole. Entrato in politica, tentò un colpo di stato a Monaco sulla scia del successo conseguito in Italia da Mussolini. Fu imprigionato, subito scarcerato, dopo pochi anni gli venne concessa la cittadinanza tedesca (era, infatti, austriaco).
Ma perché il popolo tedesco lo seguì? Le ragioni sono banali.
Il popolo tedesco si sentiva ingiustamente oppresso dalle dure sanzioni imposte alla Germania in seguito alla fine della prima guerra mondiale. Le riparazioni richieste erano altissime, la nazione era in uno stato di prostrazione, con livelli di disoccupazione assai elevati: una situazione a cui la Repubblica di Weimar stentava ad offrire un soluzione concreta.
Hitler era l’uomo nuovo: abile demagogo, si presentava come colui che avrebbe risollevato la Germania dallo stato di prostrazione in cui era stata fatta cadere, l’uomo che avrebbe ridato al Paese quei territori che gli spettavano di diritto. Con la politica del riarmo la disoccupazione fu sconfitta in pochissimo tempo. Questo ai tedeschi piacque.
Non importava, perciò, che la politica antisemita fosse chiarissima fin dall’inizio, esplicitata in vari discorsi pubblici. Non solo generico razzismo: sebbene inizialmente non ci fosse un piano preciso, Hitler parlò anche, esplicitamente, di sterminio della razza ebraica. L’antisemitismo era assai diffuso in tutta Europa, sotto forma, inizialmente, di antigiudaismo, e quindi di discriminazione religiosa e non razziale. Il terreno era fertile, pronto ad accogliere tutto ciò che fosse venuto, bisognoso di un capro espiatorio. Un male minore, da liquidare velocemente, da lasciarsi alle spalle, compensato dal bene che Hitler avrebbe portato.
Kershaw cita anche il concetto weberiano di potere carismatico, che «si basa sulla percezione, da parte di un "seguito" di fedeli, del senso della missione e delle doti di eroismo e di grandezza in possesso di un leader riconosciuto». Ed è a causa di questo potere che, anche quando la disfatta della Germania era ormai chiara, non ci furono praticamente tentativi di rovesciare il Führer, se non l’attentato ad opera di von Stauffenberg, nato nella consapevolezza di non poter comunque ricondurre la Germania alla ragione.

L’analisi di Kershaw è molto articolata e ridurla in poche righe è praticamente impossibile: è inevitabile perdere moltissimo. La lettura è vivamente consigliata. A tutti, e soprattutto a chi pensa che il terrore congiunto delle SS e della Gestapo sia stata l’unica causa dell’avvento al potere di Hitler (che, ricordiamolo ancora una volta, vinse regolarmente le elezioni).

Una recensione su Iperstoria.

Immagine di Hitler era innocenteAldo Moscatelli, Hitler era innocente, I Sognatori, 2008.

Il secondo non è un libro su Hitler, e non è un saggio. È l’ultimo romanzo di Aldo Moscatelli, che si rivela uno scrittore estremamente eclettico, capace di confrontarsi con il giallo, i racconti più o meno onirici e, ora, il romanzo storico.
Quella che vedete qui a fianco non è la copertina, ma la riproduzione di un quadro a olio di Francesca Santamaria. La copertina, infatti, con scelta tanto anticommerciale quanto coerente, è completamente nera. Intendo proprio completamente: non c’è scritto neanche il titolo, niente, solo un nero angosciante. La ragione è spiegata nel sito della casa editrice: «Il nero totale e totalizzante della copertina, al riguardo, è teso a sottolineare l’oscurità del periodo storico preso in esame, il buio che inghiottì la civiltà e la ragione umane, e che persiste ancora oggi a mietere nuove vittime, e a produrre nuovi carnefici.»
Il romanzo si apre con la notizia, comunicata al telefono, dell’uccisione di un uomo. Poi, partono i ricordi. Il protagonista, Felicien Delacroix, ricorda la sua permanenza nel lager Libertà. Un lager diverso dagli altri, dove gli ebrei sono la minoranza, dove uomini e donne non sono separati. Un lager destinato, principalmente, ad accogliere gli altri indesiderabili, quelli di cui la storia ci parla un po’ meno: i dissidenti politici, gli omosessuali, i criminali, gli asociali (e ancora). Anche ebrei, ma non solo.
Il protagonista, ad esempio, è nel campo di concentramento perché ebreo, ma anche e soprattutto perché pensatore. Perché ha osato offrire a un avventore della sua libreria (nipote di un SS) una copia della Civil Disobedience di Thoreau, in risposta alla sua richiesta del Mein Kampf.
Felicien descrive la vita nel lager, ma ne descrive soprattutto l’interiorità dei deportati, che nel block, la sera, a volte, parlano fra di loro, cercndo di dare un senso a quello che stanno subendo. Felicien racconta i rapporti che si instaurano, ci fa vedere questi disperati da dentro.
Narra in prima persona, il protagonista, e non dev’essere stato facile per uno scrittore giovane calarsi nella mente di un deportato, anzi, di molti deportati: perché, benché a narrare sia Felicien, ciò che udiamo è il punto di vista di tutti i personaggi.
Quello che emerge, infine, oltre a tutto ciò che si può immaginare (la violenza cieca, il tentativo di non abbrutirsi, la ricerca di un senso), è l’assurdità mostruosa di un regime che si rivolge contro se stesso, che deporta e rinchiude la sua stessa linfa vitale. Che si nutre di contraddizioni, di un consenso di massa che è, appunto, un enigma.
I deportati vogliono ricordare, e Felicien lo fa a suo modo, scrivendo. Perché la memoria non deve andare persa, perché non accada più, anche se continua ad accadere.
Il finale è illuminante e, di nuovo, coraggioso. Ovviamente non ve lo posso raccontare, ma tocca una ferita attuale, difficile.
Un libro coraggioso in tutto, quindi, a partire dal mero involucro, che in questo caso è più che mai parte integrante della narrazione, per passare al titolo, provocatorio, che non vuole significare altro che quello che Kershaw dice col suo saggio: non certo che Hitler fosse innocente, ma che il popolo fu entusiasta, e che sapeva, che era consapevole.

Vorrei citare un passo soltanto, che mi ha colpito a inizio libro: «L’etimologia stessa lo suggerisce: leggere vuol dire raccogliere, entrare in possesso di qualcosa che non si ha. Arricchirsi. La lettura di un romanzo non può mutare la realtà e tutto ciò che vi è in essa, ma può aiutarci a comprenderla. Non è illusione, ma superamento delle verità precostituite, quelle che la società impone agli individui del suo tempo. Il Mein Kampf ne era zeppo. Ma la lettura non può essere ingiunta o vietata con le armi, perché in questo modo perde il suo significato originario. Smarrisce se stessa. La lettura, quella vera, incita al confronto, spinge l’appassionato ad andare oltre, a leggere il simile e il dissimile. Imporre o propibire la lettura è pura barbarie, omicidio delle idee, negazione della libertà per eccellenza: quella di scegliere cosa raccogliere

La prova più alta del Moscatelli scrittore e, a mio parere, il libro più bello finora pubblicato dalla casa editrice. Inoltre, cito di nuovo dal sito dell’editore, «il 10% di ogni copia venduta (in riferimento al prezzo di copertina) verrà devoluto alle associazioni che si occupano di mantenere vivi i ricordi legati alla follia dei campi di concentramento, o che risultano socialmente impegnate nella salvaguardia di valori umani imprescindibili».

Infine, vorrei segnalare la recensione del libro scritta da PattyBruce.

 

Il cimitero dei giocattoli inutili

Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati

Il cimitero dei giocattoli inutili e altri racconti calpestati è il secondo libro pubblicato da Aldo Moscatelli per la sua casa editrice, I Sognatori. È una raccolta di dieci racconti brevi ma intensi.

Se per certi versi L’orologio di cenere mi aveva lasciato un po’ insoddisfatta, questo nuovo libro mi ha invece regalato molte belle sensazioni.

Sono racconti delicati, che spesso e volentieri occhieggiano al fiabesco, visto forse come il modo migliore per raccontare a tutti di cose non necessariamente semplici.
Qua e là nelle pagine ho colto riferimenti letterari e non: due su tutti, Saint-Exupéry non solo con il suo Piccolo principe, e Tim Burton, che prepotente ammicca fin dalla copertina, bellissima, come sempre disegnata da Francesca Santamaria.
Ma non pensate alle fiabe crudeli dei fratelli Grimm, questi racconti di Moscatelli sono lievi e pieni di spleen come, appunto, una fiaba cinematografica del buon vecchio Tim. Malinconici, ma raramente tristi. Fiabe sognanti scritte da un sognatore per i sognatori. Perché se non sapete sognare, se non sapete guardare la luna, il mare, e scorgervi la Poesia, allora non apprezzerete questi racconti, perché per leggerli dovete «guardare oltre» – proprio il suggerimento che verrà dato al protagonista di uno di essi.

C’è il mare, in questi scritti, onnipresente così come la pioggia, un’atmosfera brumosa, autunnale, ma tenue. E tanti sentimenti, sopra tutti quella malinconia lieve che è propria, appunto, dell’autunno, che si ritrova nella luce soffusa di un lampione notturno…

Si distingue da tutto questo Lo specchio di fango, un racconto sulla guerra e sul razzismo, temi che mal si prestano ad essere trattati lievemente. Ma non per questo un racconto meno bello.

Fra quelli che ho maggiormente apprezzato, il racconto che dà il titolo alla raccolta, che narra di una bizzarra amicizia fra due uomini, un netturbino e un uomo che attende.
E poi Istantanea, la storia triste di un uomo solo che fa uno strano lavoro.
E ancora Storia del melo e della triste piantina, che forse non è il più bello (palma difficile da assegnare), ma che comunque mi ha parlato e mi ha detto molte cose che mi hanno colpito profondamente, intimamente. Una piantina che si interroga, che si rifiuta di bere l’acqua destinata a nutrirla e a farla crescere finché non avrà capito perché è stata piantata contro la sua volontà. Che si chiede a che scopo bere, se tanto sarà destinata a non essere mai bella come le gardenie. Che crede di essere superflua, «soltanto un piccolo germoglio disperso fra decine di altre piante…».

Parlare a lungo di questi racconti sarebbe un peccato, perché come ho già detto sono molto brevi, e sarebbe difficile parlarne senza rovinare la sorpresa che provereste leggendoli.
Fatevi un favore, regalatevi un sogno, io so che non ve ne pentirete.

A conclusione, vi lascio con una domanda che nella sua apparente semplicità non mi ha dato tregua. Perché io avrei risposto esattamente allo stesso modo (risposta che scoprirete da soli leggendo). Di che colore è il mare?…

Per contatti, come al solito, scrivete a acquisti@casadeisognatori.com. E infine un suggerimento: visitate anche il blog dei Sognatori, è pieno di discussioni interessanti.

L’orologio di cenere

L'orologio di cenere

Da ragazzina divoravo gialli, poi per sopraggiunta overdose ho smesso e non ne ho più letti neanche per sbaglio. Questo L’orologio di cenere, di Aldo Moscatelli, edito da I Sognatori, è il primo che leggo in una decina d’anni. Ho deciso di fare uno strappo alla regola perché la casa editrice ha un progetto che secondo me merita di essere supportato, e poi perché le recensioni che avevo avuto modo di leggere erano tutte positive.

Il protagonista è River Crane, un investigatore privato dedito all’alcool e tormentato da un oscuro e tragico passato che ci viene parzialmente rivelato in alcune sequenze tra l’onirico e l’allucinatorio. River Crane viene contattato da una donna che gli chiede di scagionare suo fratello, imputato in un processo per omicidio. Della trama non si può dire di più, pena il rischio di svelare la soluzione del caso.

L’atmosfera dell’intero romanzo è fumosa, densa delle note e della voce roca di Tom Waits che, sebbene citato una sola volta, sembra accompagnare l’intera vicenda. Non è l’unico riferimento musicale presente nel libro – se il nome di un personaggio secondario (ma fondamentale per lo soluzione del caso), Frances Bean Vedder, vi dice qualcosa, vuol dire che anche voi eravate adolescenti negli anni Novanta.

Le parti strettamente "gialle" (o noir, come il romanzo è presentato – io, per quanto mi riguarda, non ho ancora capito bene la differenza) si alternano a quelle oniriche che, a mio parere, sono le più riuscite e avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento, se non altro perché secondo me è evidente che è il genere di "linguaggio" nel quale l’autore si esprime meglio.
Lo stile è cinematografico, sembra di vedere un film più che leggere un libro: secco, sobrio, senza fronzoli. Personalmente preferisco un minimo di "librarietà"/discorsività in più, ma senza dubbio l’effetto brusco di questo tipo di scrittura è voluto. E sortisce l’effetto, importante in un giallo, di tenere il lettore incollato alle pagine.

Il finale mi è sembrato un po’ improbabile, ed è soprattutto per questo che credo che al romanzo avrebbe giovato essere un tantino più lungo per meglio permettere al lettore sprovveduto come me di capire i passaggi che hanno portato a scoprire il vero colpevole. Tuttavia, avendo letto tempo fa qualche altra recensione, mi rendo conto di essere non in minoranza, ma addirittura una voce isolata, perché gli altri lettori hanno uniformemente elogiato la brevità del libro.

I dialoghi a tratti sembrano un po’ artificiosi, perché troppo letterari, ma credo che siano quanto di più difficile esista da scrivere, proprio perché non è facile staccarsi dal ruolo di scrittore e immedesimarsi nel linguaggio vero e colloquiale dei personaggi.

Il brano più felice (che poi è anche quello che, letto in una recensione degli stessi Sognatori, mi ha spinto a comprare il libro) è quello che dà il titolo al romanzo e che ispira la bella copertina di Francesca Santamaria che, con Aldo, è l’altra metà dei Sognatori.

Per contatti: acquisti@casadeisognatori.com.