E allora, tutto d’un tratto, un lampo mi illuminò. D’improvviso lo seppi, e fu un’unica, ardente sferzata che mi fece palpitare di felicità: mio Dio, ma quello era il posto di Mendel, di Jakob Mendel, di Mendel dei libri, e io dopo vent’anni ero di nuovo nel suo quartier generale, al Caffè Gluck nella obere Alserstrasse. Jakob Mendel, come avevo potuto dimenticarmi per così tanto tempo di lui – persona senza eguali e uomo leggendario -, di quella meraviglia del mondo isolata dal mondo, celebre nell’università e in una ristretta, deferente cerchia? Come aveva potuto uscirmi dalla memoria proprio lui, Mendel, mago e sensale dei libri, l’uomo che se ne stava lì seduto imperturbabile tutti i giorni da mane a sera, un emblema del sapere, onore e gloria del Caffè Gluck!
E mi bastò volgere per quell’unico secondo lo sguardo dentro di me, dietro le palpebre abbassate, che già l’afflusso del sangue – accelerato dalla visione – portava in superficie la sua inconfondibile, icastica figura. Lo vidi subito, in carne ed ossa, così come sedeva sempre laggiù, al tavolino quadrato dal piano di marmo grigio sporco, eternamente ingombro di libri e carte. Come se ne stava lì seduto, fermo e impassibile, lo sguardo dietro le lenti incollato in modo ipnotico a un libro, come se ne stava lì seduto e, cantilenando a bocca chiusa durante la lettura, dondolava avanti e indietro il corpo e la calvizie malcurata e tutta macchie, un’abitudine che risaliva al cheder, la scuola elementare degli ebrei orientali. Lì a quel tavolo, e solo a quel tavolo, leggeva i suoi cataloghi e i suoi libri, così come gli avevano insegnato a leggere nella scuola talmudica, salmodiando e dondolandosi, nera culla che beccheggia. Perché, come un bambino cade addormentato e scivola via dal mondo al ritmo ipnotico di quel su e giù, allo stesso modo – secondo l’opinione di quegli uomini devoti – lo spirito si cala più facilmente nello stato di grazia della contemplazione quando il corpo inattivo si culla e si dondola. E in effetti Jakob Mendel non vedeva e non sentiva niente di ciò che gli accadeva attorno. Vicino a lui i giocatori di biliardo facevano chiasso litigiosi, i camerieri correvano, il telefono squillava; qualcuno strofinava il pavimento o accendeva la stufa, e lui non notava nulla. Una volta un carbone ardente era caduto dalla stufa, a due passi da lui il palchetto mandava già odore di bruciato e fumava, e fu solo allora che per via di quella puzza infernale un cliente si rese conto del pericolo e si precipitò a soffocare il fumo; mentre lui, Jakob Mendel, a una spanna di distanza e già avvolto dalle esalazioni, non s’era accorto di nulla. Perché lui leggeva come altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi; il suo rapimento quando leggeva era così commovente che, da allora, il modo in cui gli altri leggono mi è sempre parso profano. In Jakob Mendel, in quel piccolo rivendugliolo galiziano con i suoi libri, avevo visto personificato per la prima volta – ero giovane allora – il grande mistero della concentrazione assoluta, che rende tali l’artista e lo studioso, il vero saggio e il perfetto monomane, la tragica ventura e sventura della piena possessione.
Da: Stefan Zweig, Mendel dei libri (tit. originale Buchmendel), Adelphi, Milano 2008. Traduzione di Ada Vigliani. 53 pagine. 5,50 €.
Stefan Zweig su Wikipedia.
La recensione di Squilibri.

Come scrivere un best seller in 57 giorni
I protagonisti sono quattro scarafaggi (John, Paul, Ringo e George) che si ispirano ai Beatles e vivono negli angoli più bui e sporchi di un appartamento parigino. C’è un problema, però: il loro “coinquilino”, uno scrittore fallito e squattrinato, rischia lo sfratto, e questo per i quattro significherebbe morte certa – chi altri, infatti, accetterebbe senza batter ciglio di avere in casa degli scarafaggi? Urge dunque risolvere il problema: Briac (questo è il nome del “coinquilino”) deve scrivere un romanzo, anzi un best seller, così potrà pagare l’affitto e i quattro scarafaggi avranno salva la vita.
I quattro non sono blatte intellettuali – almeno non per loro volontà – ma comunissime blatte: hanno letto dei libri, quelli che hanno trovato nella loro casa, quindi tutte opere di spessore perché il loro coinquilino è una personcina molto snob, diremmo radical-chic. Però, anzi proprio per questo, non hanno idea di come si scriva un best seller, ma si ingegneranno e riusciranno a scriverne uno in 57 giorni…
Ricci coglie l’occasione per tirare frecciate a destra e a manca: agli scrittori di best seller e ai loro lettori, agli scrittori pseudo-bohémiens, ai critici letterari, e insomma a buona parte dei personaggi che ruotano intorno all’industria letteraria. Infine il tutto non manca a sua volta di un certo snobismo, e però è assai godibile e divertente e si fa leggere tutto d’un fiato.
Secondo me merita, a patto che siate consci che si tratta di un romanzo ironico-satirico e non di un manuale per imparare a scrivere un best seller. Lo preciso perché in rete è pieno di gente che ne parla malissimo, ostentatamente senza averlo letto, proprio pensando che si tratti di qualcosa del genere. Questi scrittorucoli (in Italia siamo tutti scrittori, si sapeva) sarebbero potuti entrare a buon diritto in questo libro, e forse in parte ci sono anche.
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Il libro sul sito dell’editore (si può anche leggere un capitolo).
Una breve recensione sul Sole 24 Ore.
Una recensione-intervista sul Venerdì di Repubblica, riportata dalla Biblioteca di Garlasco.
Le recensioni al libro su Anobii (consiglio soprattutto quella della ragazza verde pantone).
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Grazie a Roberto per il regalo. (A breve arriva qualche foto – non del regalo, del viaggio).
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