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The Eyre Affair

The Eyre AffairJasper Fforde, The Eyre Affair, Hodder, London 2001. 373 pagine.

La saga di Thursday Next mi incuriosiva da tanto, perché è per amanti dei libri, perché tutti ne parlano bene, perché è tradotta da Marcos Y Marcos che pare non sbagliarne una. Così finalmente ho letto questo primo capitolo della saga che ne conta ormai cinque, con il sesto in uscita in Inghilterra entro l’anno. Inoltre, avevo trascurato la lettura in inglese per troppo tempo ed è stata una vera goduria.

Così come è stata una goduria il romanzo: ingegnoso, ben scritto, divertente, pieno di trovate interessanti, di citazioni, di giochi di parole.

Immaginate un mondo in cui la lettura è l’attività principale, praticata a tutti con grande entusiasmo. Tanto che proprio intorno alla lettura e ai libri si viene a creare una serie di attità criminose, come ad esempio tutto un mercato sommerso di false prime edizioni, spacciate ovviamente per vere. Così che si è reso necessario un apposito reparto dello “Special Operations Network”, denominato SO-27 e costituito da detective letterari. Una di questi è appunto Thursday Next che, dopo essersi trovata alle prese con il “rapimento” del manoscritto originale di Martin Chuzzlewit, avrà infine a che fare addirittura con il rapimento di Jane Eyre, protagonista del romanzo omonimo. Romanzo che, purtroppo, io non ho letto, perdendo così un po’ del gusto della storia. Inutile svelare cosa acde perché ne succedono davvero di tutti i colori. Basti accennare a una guerra fra Inghilterra e Crimea che va avanti da più di cento anni senza alcuna speranza di terminare a breve; a un Galles indipendente, tirannizzato e fieramente gaelico; al padre di Thursday che va avanti e indietro nel tempo a suo piacimento…

Il libro è a tratti cupissimo, a tratti divertentissimo, a tratti futuristico. È stato detto che si può parlare di un incrocio tra i Monty Python e l’Orwell di 1984 e, per quanto possa essere difficile da immaginare, è una definizione piuttosto aderente al vero, salvo essere molto riduttiva. Perché The Eyre Affair è anche Philip K. Dick, Shakespeare, Harry Potter, Charlotte Brontë (ovviamente) e chi più ne ha più ne metta, scommetto che non si finirebbe più di trovare rimandi.

Una lettura piacevolissima, per chi non ha paura di andare oltre la letteratura “seria”.

In italiano è tradotto da Marcos Y Marcos con il titolo Il caso Jane Eyre e sono disponibili tre degli altri quattro capitoli della saga: Persi in un buon libro, Il pozzo delle trame perdute e C’è del marcio.

Qui c’è la pagina dedicata al libro sul sito della casa editrice italiana.
* Qui invece il sito dell’autore.

[Grazie a Lizzyblack per il ring.]

La tempesta

Prospero. Thou poisonous slave, got by the devil himself
Upon thy wicked dam come forth!

Enter Caliban.

Caliban. As wicked dew as e’er my mother brushed
With raven’s feather from unwholesome fen
Drop on you both. A south-west blow on ye
And blister you all o’er.

Prospero. For this, be sure, tonight thou shalt have cramps,
Side-stitches that shall pen thy breath up, urchins
Shall for that vast of night that they may work
All exercise on thee: thou shalt be pinched
As thick as honey-comb, each pinch more stinging
Than bees that made ‘em.

Caliban. I must eat my dinner.
This island’s mine, by Sycorax my mother
Which thou tak’st from me. When thou cam’st first,
Thou strok’st me, and made much of me wouldst give me
Water with berries in’t, and teach me how
To name the bigger light, and how the less,
That burn by day and night. And then I loved thee,
And showed thee all the qualties o’th’isle,
The fresh springs, brine-pits, barren place and fertile.
Cursed be I that did so! All the charms
Of Sycorax – toads, beetles, bats light on you!
For I am all the subjects that you have,
Which first was mine own king; and here you sty me
In this hard rock, whiles you do keep from me
The rest o’th’island.

Prospero. Thou most lying slave
Whom stripes may move, not kindness! I have used thee,
Filth as thou art, with humane care, and lodged thee
In mine own cell, till thou didst seek to violate
The honour of my child.

Caliban. O ho, O ho! Would’t had been done!
Thou didst prevent me. I had peopled else
This isle with Calibans.

Miranda.* Abhorrèd slave,
Which any print of goodness wilt not take,
Being capable of all ill! I pitied thee,
Took pains to make thee speak, taught thee each hour
One thing or other. When thou didst not, savage,
Know thine own meaning, but wouldst gabble like
A thing most brutish, I endowed thy purposes
With words that made them known. But thy vild race,
Though thou didst learn, had that in’t which good natures
Could not abide to be with. Therefore wast thou
Deservedly confined into this rock, who hadst
Deserved more than a prison.

Caliban. You taught me language, and my profit on’t
Is, I know how to curse. The red plague rid you
For learning me your language!

Prospero. Hag-seed, hence!
Fetch us in fuel – and be quick, thou’rt best,
To answer other business. Shrug’st thou, malice?
If thou neglect’st, or dost unwillingly
What I command, I’ll rack thee with old cramps,
Fill all thy bones with aches, make thee roar,
That beasts shall tremble at thy din.

Caliban. No, pray thee!
- I must obey. His art is of such power,
It would control my dam’s god Setebos,
And make a vassal of him.

Prospero. So, slave. Hence!

Exit Caliban.

*

Prospero. Tu, schiavo pestifero, concepito dal diavolo in persona
con la tua perfida madre, vieni fuori!

Entra Calibano.

Calibano. Una rugiada malefica quanto quella che mia madre raccoglieva
con penne di corvo da paludi pestifere
possa ricadere su di voi! Possa soffiare un vento di libeccio
che vi ricopra di piaghe.

Prospero. Per queste parole, sii certo, stanotte avrai crampi,
e trafitture ai fianchi da mozzarti il fiato; folletti irti come ricci,
nelle profondità della notte, eserciteranno su di te
la loro opera: avrai tante punture
quante vi sono celle in un alveare, ognuna più acuta e pungente
delle api che la provocano.

Calibano. Devo inghiottire il rospo.
Pure, è mia quest’isola, mi viene da mia madre, Sicorace,
e tu me la sottrai. Al tempo in cui giungesti
mi accarezzavi e mi tenevi in gran conto e mi davi
infusi di bacche e mi insegnavi come
chiamare la luce maggiore e la minore
che ardono giorno e notte. E allora ti amavo
e ti ho mostrato tutti i pregi dell’isola,
le fresche sorgenti, le pozze d’acqua salata, i luoghi fertili o sterili.
Maledetto me per averlo fatto! Tutti i sortilegi
di Sicorace, rospi, scarafaggi, pipistrelli, si abbattano su di voi!
Poiché io sono tutti i sudditi che voi avete,
io, che un tempo ero re di me stesso; e ora mi relegate
in questa dura roccia, e mi rubate
il resto dell’isola.

Prospero. Schiavo bugiardo,
che solo la frusta può piegare e non la dolcezza!
Io ti ho trattato, sebbene non fossi che letame,
con umanità, e ti ho accolto nella mia stessa grotta
fino a quando tu non cercasti di violare l’onore di mia figlia.

Calibano. Oh, oh, se almeno vi fossi riuscito!
ma tu me l’impedisti, che altrimenti avrei popolato
l’isola di Calibani.

Miranda.* Schiavo abominevole,
su cui mai potrà imprimersi il marchio della bontà,
sei capace di ogni male! Io ho avuto compassione di te,
mi sono dato la pena di farti parlare, ti ho insegnato di ora in ora
questa e poi quella cosa. Quando tu, selvaggio,
non conoscevi ciò che dicevi, ma usavi suoni inarticolati
come il più bruto degli esseri, io dotai i tuoi primitivi pensieri
di parole che li rendevano accessibili. Ma la tua razza infame,
sebbene tu riuscissi a apprendere, aveva in sé qualcosa che le nature gentili
non possono tollerare. Per questo sei stato
giustamente confinato in questa roccia, tu che hai meritato
più che la prigione.

Calibano. Mi avete insegnato a parlare, e il mio solo vantaggio
è che ora so maledire. La peste bubbonica vi stermini
per avermi insegnato la vostra lingua!

Prospero. Seme di strega, via!
portaci ancora legna da ardere; e tienti pronto – sarà meglio per te -
a eseguire altre faccende. Scrolli le spalle, maligno?
Se trascuri o fai malvolentieri
quel che ti chiedo, ti saprò tormentare coi crampi della vecchiaia,
riempire tutte le tue ossa di fitte, farti ruggire
così che tremeranno le bestie al tuo strepito.

Calibano. No, ti prego!
Devo obbedire: la sua arte ha una tale potenza
che saprebbe piegare il dio di mia ade, Setebos,
e farne un vassallo.

Prospero. E dunque, schiavo, via!

Esce Calibano.

* Molte lezioni moderne assegnano tutta questa battuta a Prospero anziché a Miranda.

Da: William Shakespeare, La tempesta (tit. originale The Tempest), Mondadori, Milao 1991. Traduzione di Alfredo Obertello.

*

Qui si può leggere l’intera opera in italiano.
Qui si può leggere in inglese.

Flatlandia

Edwin A. Abbott, Flatlandia.Racconto fantastico a più dimensioni (tit. originale Flatland. A Romance of Many Dimensions), Adelphi, Milano 1966. Traduzione di Masolino d’Amico.

«È vero che noi abbiamo, in Flatlandia, una Terza Dimensione che non viene riconosciuta, e che si chiama “altezza”, proprio com’è vero che voialtri avete in Spacelandia una Quarta Dimensione che non viene riconosciuta e che per il momento non ha nome, ma che chiamerò “super-altezza”. Ma noi non possiamo renderci conto della nostra “altezza” più di quanto voi vi rendiate conto della vostra “super-altezza”. Nemmeno io – che sono stato in Spacelandia, e che ho avuto il privilegio di comprendere il significato di “altezza” per la durata di ventiquattr’ore – nemmeno io riesco a comprenderla adesso, né a rendermene conto mediante il senso della vista o il raziocinio; non posso che intuirla per via di fede.»

Flatlandia non è uno Stato, è un universo. È un mondo a due dimensioni, i cui abitanti sono superfici piane (flat, appunto), la cui gerarchia sociale (e intellettiva) è stabilita dal numero di lati che posseggono. I triangoli sono soldati e operai, e se sono isosceli sono decisamente stupidi, gli equilateri sono già un po’ meglio. Poi vengono i quadrati, i pentagoni e così via fino ad arrivare ai circoli, ai vertici della società di Flatlandia. Le donne sono linee rette e quindi, seguendo questo schema, dotate di scarsissima intelligenza e, di conseguenza, per niente considerate. Era un po’ misogino l’Abbott, sì.

Gli irregolari (ovvero, con lati di diversa lunghezza), in Flatlandia, sono considerati assai male, e infatti in genere sono delinquenti e criminali vari. Spesso prelevati in tenera età per essere utilizzati come campioni nelle scuole: servono per insegnare ai bambini a “tastare”, ovvero a riconoscere gli altri toccandoli – sì perché ovviamente, essendo un mondo a due dimensioni, i suoi abitanti non possono vedere che delle linee rette. Gli esemplari irregolari, dopo un po’ di tempo, vengono eliminati “pietosamente”, perché gli angoli, a forza di tastarli, si consumano e non vanno più bene, e poi tanto da grandi sarebbero potuti diventare soltanto criminali ed emarginati.

La satira è, ovviamente, tagliente, ma molto meno feroce di quella di Swift, ad esempio.

Dopo una prima parte dedicata alla descrizione della Flatlandia e dei suoi abitanti, il Quadrato narratore-protagonista dedica la seconda parte del suo libro alle sue esperienze con le altre dimensioni.

Un giorno, in sogno, ha una visione della Linelandia, un mondo a una dimensione, i cui abitanti si muovono a destra e a sinistra sempre lungo la stessa linea retta e si uniscono in matrimonio per mezzo del canto. Finché, allo scoccare del secondo millennio, in casa del Quadrato piomba uno strano essere, che sembra un Circolo ma non lo è: è invece una Sfera, venuta dallo spazio, dalla Spacelandia, a predicare l’esistenza del mondo a tre dimensioni. La Sfera finirà per imbestialirsi quando il Quadrato, ormai convinto da varie dimostrazioni, postulerà l’esistenza di una quarta e una quinta e una sesta dimensione e così via.

Scritto da un pastore inglese noto per i suoi molti manuali scolastici e pubblicato anonimo nel 1882, Flatlandia è un romanzo scientifico, molto lontano da quello a cui siamo generalmente abituati (o almeno, da quello a cui io sono abituata). La geometria vi regna sovrana, e il romanzo si presenta come una riflessione sull’esistenza di altre dimensioni oltre alle canoniche tre, nonché come una satira della società e dell’ottusità consuete.

Consigliato a matematici, fisici e scienziati vari, a chi non si accontenta di ciò che tocca e vede, a chi crede troppo ciecamente che questo sia l’unico mondo possibile.

Infine, consiglio vivamente a chi ne ha la possibilità di andare a vedere la lettura drammatica di Flatlandia ad opera della Socìetas Raffaello Sanzio. Chiara Guidi, un mostro di bravura, interpreta il ruolo del Quadrato seduta a una scrivania. Sussurri, urli, rumori, musiche, suoni e luci soffuse vi accompegneranno per 50 minuti nella scoperta del testo di Abbott. Solo per chi non apprezza unicamente il classico puro.
Nella loro Cesena dal 15 al 22 aprile.

Per approfondimenti:

* una recensione del libro su Math.it
* il libro su TecaLibri (con citazioni)
* la Socìetas Raffaello Sanzio su Wikipedia (bella pagina)

Macbeth

Johann Heinrich Füssli Lady Macbeth with the Daggers, 1812

Johann Heinrich Füssli "Lady Macbeth with the Daggers", 1812

Act I, Scene VII

[A room in the castle.]

Hautboys and torches. Enter, and pass over the stage, a Sewer, and divers Servants with dishes and service. Then enter Macbeth.

Macbeth. If it were done, when ’tis done, then ’twere well
It were done quickly: if th’assassination
Could trammel up the consequence, and catch
With his surcease success; that but this blow
Might be the be-all and the end-all – here,
But here, upon this bank and shoal of time,
We’d jump the life to come. – But in these cases,
We still have judgment here; that we but teach
Bloody instructions, which, being taught, return
To plague th’inventor: this even-handed Justice
Commends th’ingredience of our poison’d chalice
To our own lips. He’s here in double trust:
First, as I am his kinsman and his subject,
Strong both against the deed; then, as his host,
Who should against his murtherer shut the door,
Not bear the knife myself. Besides, this Duncan
Hath borne his faculties so meek, hath been
So clear in his great office, that his virtues
Will plead like angels, trumpet-tongu’d, against
The deep damnation of his taking-off;
And Pity, like a naked new-born babe,
Striding the blast, or heaven’s Cherubins, hors’d
Upon the sightless couriers of the air,
Shall blow the horrid deed in every eye,
That tears shall drown the wind. – I have no spur
To prick the sides of my intent, but only
Vaulting ambition, which o’erleaps itself
And falls on th’other -

Enter Lady Macbeth.

How now! what news?

Lady Macbeth. He has almost supp’d. Why have you left the chamber?

Macbeth. Hath he ask’d for me?

Lady Macbeth. Know you not, he has?

Macbeth. We will proceed no further in this business:
He hath honour’d me of late; and I have bought
Golden opinions from all sorts of people,
Which would be worn now in their newest gloss,
Not cast aside so soon.

Lady Macbeth. Was the hope drunk,
Wherein you dress’d yourself? Hath it slept since?
And wakes it now, to look so green and pale
At what it deed so freely? From this time
Such I account thy love. Art thou afeard
To be the same in thine own act and valour,
As thou art in desire? Would’st thou have that
Which thou esteem’st the ornament of life,
And live a coward in thine own esteem,
Letting ‘I dare not’ wait upon ‘I would,’
Like the poor cat i’th’adage?

Macbeth. Pr’ythee, peace.
I dare do all that may become a man;
Who dares do more, is none.

Lady Macbeth. What beast was’t then,
That made you break this enterprise to me?
When you durst do it, then you were a man;
And, to be more than what you were, you would
Be so much more the man. No time, nor place,
Did then adhere, and yet you would make both:
They have made themselves, and that their fitness now
Does unmake you. I have given suck, and know
How tender ’tis to love the babe that milks me:
I would, while it was smiling in my face,
Have pluck’d my nipple from his boneless gums,
And dash’d the brains out, had I so sworn
As you have done to this.

Macbeth. If we should fail?

Lady Macbeth. We fail?
But screw your courage to the sticking-place,
And we’ll not fail. When Duncan is asleep
(Whereto the rather shall his day’s hard journey
Soundly invite him), his two chamberlains
Will I with wine and wassail so convince,
That memory, the warder of the brain,
Shall be a fume, and the receipt of reason
A limbeck only: when in swinish sleep
Their drenched natures lie, as in a death,
What cannot you and I perform upon
Th’unguarded Duncan? what not put upon
His spongy officers, who shall bear the guilt
Of our great quell?

Macbeth. Bring forth men-children only!
For thy undaunted mettle should compose
Nothing but males. Will it not be receiv’d,
When we have mark’d with blood those sleepy two
Of his own chamber, and us’d their very daggers,
That they have done’t?

Lady Macbeth. Who dares receive it other,
As we shall make our griefs and clamour roar
Upon his death?

Macbeth. I am settled, and bend up
Each corporal agent to this terrible feat.
Away, and mock the time with fairest show:
False face must hide what the false heart doth know.        [Exeunt.

*

Atto I, Scena VII

Il castello.

Suono d’oboe e torce. Entrano e attraversano la scena un Uffiziale di mensa, e numerosi Servitori con piatti e vivande. Poi entra Macbeth.

Macbeth. Se tutto fosse finito, quando fosse fatto, allora sarebbe bene che fosse fatto presto. Se l’assassinio potesse accalappiar tutte le conseguenze, e attingere, con la loro estinzione, al successo, così che il vibrar questo colpo potesse essere insieme l’inizio e il compimento del mio atto… qui, qui soltanto, su questo banco di sabbia del tempo, noi correremo pure il rischio di gettarci nella vita da venire. Ma in consimili casi, abbiamo sempre da subire una sentenza anche qui; giacché altro non facciamo se non insegnare opere di sangue, le quali, una volta insegnate, si ritorcono a dannare il maestro. Questa ingiustizia dalle mani imparziali offre gl’ingredienti mescolati nel calice avvelenato alle nostre stesse labbra. Egli si trova qui facendo assegnamento su una duplice fiducia: in primo luogo, perch’io son suo parente e suo suddito, e queste sono entrambe forti ragioni contrarie all’azione; e poi perch’io sono il suo ospite, che dovrebbe sbarrare l’ingresso al suo assassino, e non brandire il coltello egli medesimo. Senza contare che questo Duncan ha esercitato i suoi poteri con tanta mitezza ed è stato così equanime nel suo alto ufficio, che le sue virtù, simili ad angeli dalla voce di tromba, invocheranno la più grave condanna per la sua soppressione; e la pietà, come un bambinello ignudo appena nato, a galoppo attraverso l’uragano, o i cherubini del cielo, in arcione agli invisibili corsieri dell’aria, soffieranno l’orrendo misfatto dinanzi agli occhi di tutti, così che le lagrime affogheranno il vento. Io non ho altro sprone da cacciare nei fianchi del mio disegno, se non quello dell’ambizione, che salta in sella con un balzo trroppo lungo e cade dall’altra parte.

Entra Lady Macbeth.

Ebbene? Quali novità?

Lady Macbeth. Ha quasi finito di cenare. Perché sei uscito dalla stanza?

Macbeth. Ha chiesto di me?

Lady Macbeth. Non lo sai forse?

Macbeth. Non procederemo oltre, in quest’impresa. Fino a un momento fa, mi ha colmato d’onori. E mi sono acquistato una reputazione preziosa come l’oro presso ogni sorta di gente, la quale dovrebb’esser piuttosto indossata ora, che splende del suo più nuovo lustro, anziché riposta così presto in un canto.

Lady Macbeth. Era forse ubriaca la speranza di cui t’eri rivestito? Ha forse dormito tutto questo tempo? Ed ora si risveglia per riguardare così verde, smunta e pallida a quel che dianzi aveva divisato così facilmente? D’ora in poi terrò il tuo amore nello stesso conto. Hai paura, forse, d’essere, nelle azioni e nel coraggio di compierle, pari ai tuoi stessi desiderii? Vorresti forse aver quel che stimi come il più splendido ornamento della vita, e vivere da vigliacco nella stima di te stesso permettendo che il «non oso» stia al servizio dell’«io vorrei», come il povero gattino dell’adagio?

Macbeth. Taci, te ne prego. Mi basta il coraggio di far tutto quello che si conviene a un uomo: chi osa far di più, non è tale.

Lady Macbeth. E qual bestia, allora, fu quella che t’indusse a confidarmi quest’impresa? Quando avevi tutt’intero il coraggio di compierla, allora sì che eri un uomo; e se fossi più di quel che eri, tanto più saresti ora un uomo. Né il tempo, né il luogo eran favorevoli, allora, e nondimeno avresti voluto renderli tali entrambi: lo son diventati, e da soli, adesso, e il fatto che lo siano, ecco, ti fa perdere il coraggio. Ho allattato, e so quanta tenerezza si provi nell’amare il bambino che succhia il latte: e tuttavia, proprio mentr’egli si fosse rivolto in su a sorridermi, avrei strappato il mio capezzolo dalle sue gengive senza denti, e gli avrei fatto schizzar fuori il cervello, se l’avessi giurato, così come tu hai giurato di far questo.

Macbeth. E se non riuscissimo?

Lady Macbeth. Non riuscire? Ma avvita il tuo coraggio a un valido sostegno, e riusciremo. Quando Duncan sia addormentato – così com’è ragionevole che il faticoso viaggio di stamane lo induca a far profondamente -, riuscirò a sopraffare col vino e con la crapula i suoi due gentiluomini di camera, al punto che la memoria, il guardiano del cervello, sarà soltanto una nebbia, e il ricettacolo della ragione, sarà un semplice alambicco. Quando la loro natura sarà affogata in un sonno bestiale, simile alla morte, che cosa non potremo compiere, tu ed io, su Duncan indifeso? e che cosa non potremo addossare su quelle spugne d’uffiziali, che porteranno su di loro la colpa del nostro grande eccidio?

Macbeth. Genera solo figli maschi. Perché la tua tempra indomabile dovrebbe formar soltanto uomini. E quando avremo segnato di sangue quei due che dormono nella sua stanza, avremo usato le loro spade medesime, non si dovrà credere, forse, che siano stati proprio loro a compiere il delitto?

Lady Macbeth. E chi oserà credere altrimenti, se saremo noi stessi a ruggire, con alti clamori, il nostro dolore per la sua morte?

Macbeth. Ho deciso, ed ora tendo ogni mia facoltà materiale a questa terribile azione. Andiamo, ed inganniamo il momento mostrandoci lieti in volto. Un volto sleale deve pur nascondere quel che conosce uno sleale cuore.          [Exeunt.

Da: William Sakespeare, Macbeth (tit. originale Macbeth), Rizzoli, Milano, 1980, traduzione e cura di Gabriele Baldini.

*

Qui si può leggere l’intera tragedia in italiano.
Qui si può scaricare in inglese.
Per approfondire suggerisco il libro Macbeth. Dal testo alla scena, a cura di Mariangela Tempera, CLUEB, 1982.
Inoltre consiglio vivissimamente il film di Roman Polanski.
Infine, per chi fosse interessato, sappiate che la Compagnia Lavia Anagni sta portando in giro il suo Macbeth per la regia di Gabriele Lavia. Per qualche motivo, sul sito della compagnia lo spettacolo non è presente e non riesco a trovare le date da nessuna parte, comunque, per chi è in zona, sarà a Firenze, al Teatro della Pergola, dal 5 al 10 maggio.

On the Medusa of Leonardo da Vinci in the Florentine Gallery

Medusa

I

It lieth, gazing on the midnight sky,
   Upon the cloudy mountain-peak supine;
Below, far lands are seen tremblingly;
   Its horror and its beauty are divine.
Upon its lips and eyelids seem to lie
   Loveliness like a shadow, from which shine,
Fiery and lurid, struggling underneath,
The agonies of anguish and of death.

II

Yet it is less the horror than the grace
   Which turns the gazer’s spirit into stone,
Whereon the lineaments of that dead face
   Are graven, till the characters be grown
Into itself, and thought no more can trace;
   ‘Tis the melodious hue of beauty thrown
Athwart the darkness and the glare of pain,
Which humanize and harmonize the strain.

III

And from its head as from one body grow,
   As [  ] grass out of a watery rock,
Hairs which are vipers, and they curl and flow
   And their long tangles in each other lock,
And with unending involutions show
   Their mailèd radiance, as it were to mock
The torture and the death within, and saw
The solid air with many a raggèd jaw.

IV

And, from a stone beside, a poisonous eft
   Peeps idly into those Gorgonian eyes;
Whilst in the air a ghastly bat, bereft
   Of sense, has flitted with a mad surprise
Out of the cave this hideous light had cleft,
   And he comes hastening like a moth that hies
After a taper; and the midnight sky
Flares, a light more dread than obscurity.

V

‘Tis the tempestuous loveliness of terror;
   For from the serpents gleams a brazen glare
Kindled by that inextricable error,
   Which makes a thrilling vapour of the air
Become a [  ] and ever-shifting mirror
   Of all the beauty and the terror there—
A woman’s countenance, with serpent-locks,
Gazing in death on Heaven from those wet rocks.

Percy Bysshe Shelley, 1819

*

Ecco la traduzione di Roberto Sanesi, tratta da questa raccolta:

Sulla Medusa di Leonardo da Vinci nella galleria fiorentina

I

Giace fissando il cielo della mezzanotte, supina
   su una vetta montana annuvolata; più sotto,
possono scorgersi terre lontane e tremolanti;
   l’orrore e la bellezza sono in lei divini.
Sulle sue labbra e le palpebre sembra posarsi
   la grazia come un’ombra, da cui splendono
livide e ardenti, che sotto si dibattono,
le agonie dell’angoscia e della morte.

II

Pure è meno l’orrore che la grazia a volgere
   in una dura pietra lo spirito di colui che osserva,
là dove i lineamenti di quella morta faccia
   sono scolpiti, finché tutti i caratteri si mutano
a diventare lei stessa, e perfino il pensiero li smarrisce;
   è il melodioso colore della bellezza, gettato
attraverso le tenebre e il bagliore della pena,
che fa umana e armoniosa l’impressione.

III

E dal suo capo sorgono, come da un unico corpo,
   pari all’erba che spunta da un’umida roccia,
chiome che sono vipere, si torcono, fluiscono,
   intrecciano i lunghi grovigli fra loro,
e infiniti viluppi mostrano uno splendore di metallo
   quasi a irridere la morte e le torture intime,
e con le loro mandibole scheggiate
segano l’aria solida. E da una pietra accanto

IV

un velenoso ramarro scruta ozioso quegli occhi di gorgone,
   mentre nell’aria, attonito, un pipistrello orrendo
è svolazzato con folle sorpresa da quella caverna
   dove la luce spaventosa era entrata violenta,
e si precipita come farfalla notturna
   dietro una fiaccola; e il cielo della mezzanotte
ondeggia balenando, una luce assai più terrificante
di quanto non lo sia l’oscurità.

V

È la grazia tempestosa del terrore; poiché dalle serpi
   lampeggia un bagliore di rame, attizzato
in quegli avvolgimenti inestricabili, che muove
   attorno un vapore vibrante dell’aria, e lo rende
un sempre mutevole specchio di tutta la bellezza
   e di tutto il terrore di quel capo: il volto d’una donna
di chiome serpentine che nella morte fissa gli occhi al cielo
dall’alto dell’umide rocce.

*

Il quadro, attribuito a Leonardo da Vinci, è probabilmente opera di un pittore fiammingo e si trova agli Uffizi.