Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità (tit. originale Die letzten Tage der Menschheit), Adelphi, Milano 1980, traduzione e cura di Ernesto Braun e Mario Carpitella.
Scrivere una recensione del mostro è impossibile.
Mostro perché lunghissima, 779 pagine l’intero libro (compreso un breve saggio di Roberto Calasso, una brevissima nota dei curatori, 59 pagine di indice dei nomi, 34 pagine di indice dei personaggi – in tutto la tragedia in sé è lunga 643 pagine): Kraus stesso la definì irrappresentabile, «concepita per un teatro di Marte», occuperebbe, se rappresentata per intero, dieci serate. Mostro però anche perché è mostruoso ciò che rappresenta.
Scritta dal 1915 al 1922, è la tragedia della prima guerra mondiale, vista da un austriaco che è stato definito (da Elias Canetti) « il più grande scrittore satirico di lingua tedesca», ma infine può essere letta come la tragedia di tutte le guerre, essendo la rappresentazione della guerra a partire dalla quale la pace non sarà più possibile. Rappresentazione fedelissima, se si pensa che almeno metà dell’opera non è frutto di invenzione ma pura e semplice citazione da articoli, elzeviri, comunicati e discorsi dell’epoca.
Kraus, dice Calasso nel suo breve saggio finale, sentiva le voci, come una Giovanna d’Arco, come uno schizofrenico, ma le sue erano voci vere, dotate di corpi: le voci che sentiva per le strade di Vienna, e che registrava rigorosamente, nella «Fackel» (la rivista satirico-politica più critica e assassina che sia esistita al mondo, diretta e scritta per anni dal solo Karl Kraus, la penna feroce, incubo di tutti gli intellettuali austriaci dell’epoca) e poi in questa gigantesca tragedia. La sua stessa voce di autore unico e onnipotente della «Fackel» è registrata e trascritta come una delle tante, ma l’unica capace di levarsi: la sua è infatti la voce del “criticone”, l’unico personaggio capace di esprimere dissenso, e che però sentirà di non averlo saputo fare abbastanza, se nell’ultimo atto dirà:
Perché non mi è stata data la forza intellettuale per costringere l’umanità stuprata a mettersi a gridare? Perché il mio grido di risposta non è stato più forte di questo stridulo comando che ha avuto il potere sulle anime di un globo terrestre? Io conservo documenti per un’epoca che non li comprenderà più, o che vivrà così lontana da quanto accade oggi che dirà che ero un falsario. Ma no, non verrà il tempo di dir questo. Perché quel tempo non ci sarà. Ho scritto una tragedia il cui eroe soccombente è l’umanità; il cui conflitto tragico, essendo quello tra mondo e natura, finisce con la morte.
Proprio così: il dramma termina con la fine del mondo, e non avrebbe potuto esservi altra conclusione, dopo una guerra che si è presentata come stato normale delle cose, esaltata da tutti (gli austriaci e i tedeschi), degenerata in un modo che sarebbe stato inconcepibile in passato e che sempre peggiore diverrà in futuro.
Non si può dire, recensire, si può solo leggere.
Per esempio: l’odio per il nemico esteso a tal punto che non solo tutte le parole straniere devono scomparire, compresi i nomi degli esercizi commerciali, ma perfino predicato a scuola, tra i bambini, che devono farsi regalare per Natale il gioco “La morte del russo”, e che tra loro giocano alla guerra mondiale sotto gli occhi compiaciuti dei genitori.
Per esempio, l’apologia della guerra ovunque e comunque, come in questa scena, una delle tantissime, ma forse più paradossale di tante altre:
OTTIMISTA. Ma lei stesso non è convinto della necessità della guerra in quanto tale, quando parla di un guerra dei numeri? Perché in questo modo lei ammette che la guerra risolve per qualche tempo anche il problema della sovrappopolazione.
CRITICONE. E in modo radicale. Il problema della sovrappopolazione potrebbe lasciare il campo a quello dello spopolamento. La liberalizzazione dell’aborto vi avrebbe posto rimedio con minor dolore di una guerra mondiale, senza provocarla.
OTTIMISTA. Ma la morale dominante non lo ammetterebbe mai!
CRITICONE. Né io mi sono mai illuso che lo facesse, dato che la morale dominante ammette soltanto che dei padri di famiglia, che il caso non è ancora riuscito ad ammazzare, si trascinino per il mondo mutilati ed affamati e che le madri mettano al mondo dei figli per farli dilaniare dalle bombe sganciate da un aereo.
O ancora:
OTTIMISTA. Ma forse che le guerre si combattono con la fantasia?
CRITICONE. No, perché se si avesse questa, non si farebbero più quelle.
OTTIMISTA. Perché no?
CRITICONE. Perché in tal caso le suggestioni di una fraseologia che è il residuo di un ideale tramontato non avrebbero la possibilità di annebbiare i cervelli; perché si potrebbero immaginare anche gli orrori più inimmaginabili e si saprebbe in partenza come si fa presto a passare dalla bella frase luminosa e da tutte le bandiere dell’entusiasmo al dolore in uniforme; perché la prospettiva di morire di dissenteria o di farsi congelare i piedi per la patria non mobiliterebbe più alcuna retorica; perché quanto meno si partirebbe con la certezza di pigliarsi i pidocchi per la patria. E perché si saprebbe che l’uomo ha inventato la macchina per esserne dominato e non si supererebbe la follia di averla inventata con l’altra peggiore di farsi ammazzare da essa; perché l’uomo sentirebbe di doversi difendere da un nemico di cui non vede altro che il fumo che sale, e intuirebbe che il fatto di rappresentare la propria fabbrica d’armi non offre sufficiente garanzia contro la merce offerta dalla fabbrica d’armi nemica. Perciò, se si avesse fantasia, si saprebbe che è un delitto esporre la vita al caso, che è peccato svilire la morte al livello della casualità, che è follia fabbricar corazzate quando si costruiscono torpediniere per affondarle, costruire mortai quando per difendersi si scavano trincee dove è perduto soltanto chi mette fuori la testa per primo, e cacciare in topaie uomini in fuga davanti alle proprie armi, e poi lasciarli in pace soltanto sottoterra.
E ancora la crudeltà della guerra, gli abomini che porta con sé, le violenze gratuite dei superiori nei confronti dei subalterni, l’indifferenza nei confronti della morte di migliaia di persone, le condanne a morte applicate arbitrariamente, le malattie, la fame, le devastazioni. Tutto questo descritto con toni che chiameremmo apocalittici se non fosse che la materia è reale.
E ci sono miliardi di altri aspetti che non potrò mai citare per intero; da questo niente che ho detto resta fuori il 99,9% del contenuto di questo dramma a-teatrale.
La mole mi ha spaventato per anni, ma poi mi sono lasciata convincere. Un’opera che dovrebbero leggere tutti, se si riesce a superare lo scoglio della mole. Con l’avvertimento che poi non si dorme, la notte, perché è peggio delle cronache dei corrispondenti di guerra sui giornali: è atroce come atroci sono tutte le guerre che si stanno combattendo, si sono combattute e si combatteranno sul nostro povero pianeta.
Dice Calasso che Karl Kraus non è un pacifista, come spesso è stato considerato: non è un uomo di buoni sentimenti che ci mette in guardia di fronte all’atrocità della guerra. «Kraus ha detto tutt’altro: ha detto che la pace è fondata sul massacro, e che la guerra è la serata di beneficenza in cui l’umanità mette in scena ciò che normalmente fa, ma non dice, perché il pubbico si entusiasmi e versi un obolo sufficiente a far progredire il massacro. Kraus non ha dipinto, come tanti, i disastri della guerra. Ha solo portato l’annuncio della definitiva impossibilità della pace».
Ultima annotazione: la prima cosa che mi ha colpito, aprendo il libro, è una foto nella prima pagina, di fianco al frontespizio. Si tratta della foto di Cesare Battisti appena impiccato, attorniato dal boia, da ufficiali e da curiosi. È una foto che girava all’epoca come cartolina.
*
Karl Kraus su Wikipedia.
Die letzten Tage der Menschheit su Wikipedia.de.
Per i maniaci della lettura su schermo: il testo dell’opera su Projekt Gutenberg (in tedesco).
Il libro sul sito della Adelphi.
Il libro su IBS.
Per leggere la Fackel (bisogna registrarsi).
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Una tromba nello uadi
Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo. Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.
Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.
«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»
Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.
L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.
Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.
Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.
Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.
L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.
Per approfondire:
* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro
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Inserito in intercultura, letterature "altre", recensioni e commenti
Etichette Giuntina, guerra, letteratura israeliana, piccola editoria, Sami Michael