Archivi delle etichette: Canetti

Elias Canetti

«La lingua del mio spirito continuerà a essere il tedesco, e precisamente perché sono ebreo. Ciò che resta di quella terra devastata in ogni possibile modo voglio custodirlo in me, in quanto ebreo. Anche il suo destino è il mio; io però porto ancora in me un’eredità universalmente umana. Voglio restituire alla loro lingua ciò che le devo. Voglio in tal modo contribuire a far sì che si sia grati a loro per qualche cosa.»Elias Canetti

Elias Canetti è un esempio lampante di scrittore interculturale. Nasce nel 1905 a Rustschuk, una città che oggi si chiama Ruse e si trova in Bulgaria, ma che allora era parte dell’Impero Ottomano. Ha perciò passaporto turco: non è però né bulgaro né turco, bensì spagnolo. Anche “spagnolo” non è la denominazione corretta, in tedesco si parla infatti meglio di “Spaniole“. Si tratta degli antenati di quegli ebrei sefarditi che dopo il 1492 furono cacciati dalla natia Spagna in seguito alle persecuzioni.

Canetti è infatti ebreo e a casa parla appunto la cosiddetta lingua giudeo-spagnola o giudesmo, più correttamente ladino, da non confondere con l’omonima lingua parlata in Svizzera e Alto Adige. È uno spagnolo rimasto pressoché invariato rispetto a quello del Cinquecento. Ruststchuk è un luogo dove si trovano persone di mille culture diverse, perciò nella sua infanzia il piccolo Elias sente parlare sette o otto lingue e si abitua già all’interculturalismo. In più le sue bambinaie sono per lo più bulgare, perciò il bulgaro è una lingua che sente spesso nei primi anni di vita. Tutto questo è raccontato nel primo, bellissimo volume della sua autobiografia, La lingua salvata.

All’età di sette anni la famiglia Canetti si trasferisce in Inghilterra, a Manchester, quindi il piccolo Elias inizia a frequentare la scuola inglese e si abitua alla nuova lingua. Dopo l’improvvisa morte del padre, la madre decide di andarsene dall’Inghilterra e, con i suoi tre figli, parte per Vienna, il suo luogo del cuore, dove aveva studiato da ragazza e dove aveva conosciuto il marito. Prima però fanno tappa nella Svizzera francese, dove la signora Canetti si dà a insegnare il tedesco a Elias, con dei metodi a dir poco brutali. Siccome tutto è raccontato nella Lingua salvata non vi tedierò, basti dire che pretende che suo figlio impari tutto subito, altrimenti lo tratta da idiota. C’è da dire che Elias aveva già subito la fascinazione del tedesco, poiché in quella lingua “segreta” i genitori comunicavano quando non volevano farsi capire dai figli e, essendo misteriosa, gli sembrava una lingua magica e bellissima.

Elias Canetti impara dunque il tedesco, e la chiamerà una vera e propria “madrelingua”, pur se imparata in ritardo, a ben 11 anni. Lo sarà infatti davvero, una seconda madrelingua in cui Canetti si troverà bene tanto quanto nella prima: un caso diverso dal bilinguismo, perché le due lingue – giudesmo e tedesco – sono per Canetti davvero sullo stesso piano, nessuna delle due prevale sull’altra.

Elias passa l’adolescenza fra Zurigo, Vienna e Francoforte, quindi sempre in ambienti di lingua tedesca, ed è proprio in questa lingua che deciderà di scrivere. In realtà non sarà neppure una decisione, ma qualcosa di assolutamente naturale, indiscutibile. Nelle lettere al fratello Georges, da poco pubblicate in edizione economica per la Fischer in Germania, Elias afferma che delle volte prova il desiderio di scrivere nella loro vecchia lingua, il giudesmo, ma senza metterlo poi in pratica.

Bisogna anche ricordare che nel frattempo Canetti ha perso la cittadinanza turca (credo dipenda dalla fine dell’Impero Ottomano, ma non ne sono sicura) e si è ritrovato per lunghi anni apolide. Nel 1938 va in esilio in Inghilterra con la moglie Veza, e lì rimarrà per la maggior parte della sua vita succesiva, alternando la vita inglese con soggiorni a Zurigo. Otterrà poi la cittadinanza inglese. Eppure, pienamente inglese e attivo in Inghilterra, mai rinuncerà alla “lingua del suo spirito”, il tedesco. In un altro aforisma afferma di essere felice solo quando si trova a scrivere in tedesco mentre tutti intorno a lui parlano inglese.

In questo incredibile intreccio di culture, nazionalità, Paesi e lingue, Elias Canetti rimane uno scrittore tedesco, o almeno di lingua tedesca – in realtà è profondamente austriaco, viennese per l’esattezza, ma questa è, forse, una sottigliezza. Scrive tutti i suoi libri in tedesco e come scrittore di lingua tedesca prende il premio Nobel nel 1981, che dedica ai suoi maestri: Musil, Kafka, Broch e Kraus.

In italiano è stato tradotto quasi tutto, anche se non proprio tutto:

Tutti i libri sono usciti per Adelphi. Ciò di cui si avverte veramente la mancanza è una traduzione delle tre opere teatrali di Elias Canetti: forse è ancora possibile trovare qualche copia di Nozze (pubblicato da Einaudi), ma il Teatro di Einaudi è fuori catalogo da secoli. Adelphi annunciava tempo fa che stava per pubblicarlo, ma è passato qualche anno e non se ne è saputo più nulla. La mancanza è grave, perché Komödie der Eitelkeit è forse l’opera migliore in assoluto di Elias Canetti, quella che anche lui considerava tale.

Oltre ai testi citati, in tedesco si trovano:

  • Briefe an Georges, le lettere che Elias e sua moglie Veza hanno scritto al fratello di Elias, Georges Canetti, famoso medico parigino
  • Aufzeichnungen für Marie-Louise, una raccolta di aforismi scritti per una delle sue innumerevoli amanti, la pittrice Marie-Louise von Motesiczky
  • la raccolta dei Dramen
  • la raccolta di saggi e interviste Aufsätze, Reden, Gespräche
  • e anche qualcos’altro che non sto a citare perché lo potete trovare tranquillamente, tipo alcune raccolte di aforismi sugli animali e sulla morte

[La citazione in apertura proviene da La provincia dell'uomo]

La tortura delle mosche

Le sconsolanti introduzioni ai capolavori, terribili, aride, solenni o impudiche! Ma perché tutta questa curiosità! Perché un poeta dev’essere prima nato e poi morto! Non basta che egli abbia un nome, e non gli è questo nome già troppo pesante? No, la gente non ha misericordia. I suoi poeti li deve cucinare, speziare e mangiare.

Da: Elias Canetti, La tortura delle mosche (tit. originale Die Fliegenpein. Aufzeichnungen), Adelphi, Milano 1993. Traduzione di Renata Colorni. 174 pagine. 15 €.

Party sotto le bombe

Elias Canetti, Party sotto le bombe. Gli anni inglesi (tit. originale Party im Blitz. Die englischen Jahre), Adelphi, Milano 2005. A cura di Kristian Wachinger. Traduzione di Ada Vigliani. 250 pagine. 18 €.

Ho terminato da poco la lettura di questo libro. Ci ho messo un mese e mezzo a leggerlo tutto. Ero in cerca di informazioni interessanti per la tesi (che non ho trovato), altrimenti l’avrei fatto volare dalla finestra.

Un aforisma di Canetti recita: «Quali spiriti amiamo a tal punto da non avere il coraggio di leggere ogni loro scritto?».

Tutti sanno della mia venerazione per Elias Canetti. Lo ritengo il più grande scrittore che sia mai esistito, penso che nel suo grandissimo eclettismo abbia prodotto opere inarrivabili: penso al romanzo Auto da fé, al dramma La commedia della vanità, al saggio filosofico-antropologico Massa e potere, alla raccolta di aforismi La provincia dell’uomo. Ho letto quasi tutto ciò che ha scritto, e ho trovato tutto stupendo. I titoli che ho citato li ritengo dei capolavori assoluti, quelli che non ho citato li trovo bellissimi, per quanto non al livello dei precedenti.

Questo libro lo comprai anni fa, quando uscì, ma non l’avevo ancora letto, e meglio avrei fatto a non leggerlo mai.

Il volume raccoglie gli anni inglesi di Canetti: lo scrittore si trasferì in Inghilterra nel 1938, in seguito alla Kristallnacht e lì visse per quarant’anni, diventando anche cittadino inglese (mantenne però la cittadinanza turca). Gli anni che qui vengono trattati sono quelli della guerra e quelli immediatamente successivi. Dovrebbe essere la quarta parte dell’autobiografia, si parla di “libro salvato”. Il libro, infatti, è stato iniziato da Canetti negli anni Novanta, poco prima della morte: il lavoro è rimasto perciò interrotto e la forma era ancora quella degli appunti, non definitiva e nemmeno autorizzata. Kristian Wachinger ha fatto un enome lavoro di ricostruzione, partendo da tre diversi manoscritti autografi (Canetti scriveva in stenografia), solo in parte scritti a macchina dalla figlia Johanna, che ha collaborato alla stesura del volume.

Ecco, bene, prima di leggere questo libro ho riletto il secondo e il terzo volume dell’autobiografia, Il frutto del fuoco e Il gioco degli occhi, e ne sono rimasta ancora più incantata della prima volta. Forse anche per questo motivo ho provato tanta più insofferenza a leggere Party sotto le bombe.

Il problema di questo libro è semplicemente che si tratta di un lavoro filologico postumo. Wachinger sarà sicuramente un grande studioso di Canetti, la figlia sarà sicuramente un’esperta, ma nessuno dei due, evidentemente, è un amante della scrittura di Elias Canetti. Perché questo libro non rende alcun servizio all’autore, anzi lo mette in pessima luce, lo fa sembrare meschino e livoroso. Ho fortissimi dubbi che Canetti, se fosse vissuto abbastanza da completare il libro, lo avrebbe pubblicato così com’è ora.

È stato detto che lo stile è differente perché questo non è il Canetti mitteleuropeo che eravamo abituati a conoscere, ma un Canetti pienamente inglese. Ho letto molte recensioni entusiastiche. Mi piacerebbe sapere quante di queste persone abbiano realmente letto questo libro, e quante abbiano letto altri libri di Canetti. Perché questo non è Elias Canetti. Questi sono chiaramente abbozzi, appunti che dovevano essere rielaborati. Lo stile è diaristico, lontano sia dagli altri tre volumi dell’autobiografia che dagli appunti.

È senz’altro vero che Canetti aveva progettato di continuare la sua autobiografia, che avrebbe dovuto essere costituita da cinque volumi. È altrettanto vero, però, che Canetti è stato maestro dell’incompiuto. Aveva progettato di scrivere una serie di otto romanzi, ognuno abbozzato, invece ne ha scritto e pubblicato soltanto uno. Aveva progettato due volumi sulla massa e il potere, in più interviste aveva affermato di star scrivendo il secondo, ma ha poi scritto e pubblicato soltanto il primo. Aveva progettato un’opera teorica sul dramma, mai uscita. Pare che a un certo punto Canetti abbia affermato di aver volutamente lasciato tanti libri incompiuti, perché potessero essere trovati dopo la sua morte e gli consentissero di continuare a vivere. È nota, infatti, l’avversione viscerale di Canetti per la morte.

Quello che mi chiedo è: dobbiamo aspettarci che qualche altro studioso insieme a Johanna Canetti trovi, editi e pubblichi tutti gli altri lavori che Elias Canetti aveva progettato e che ha lasciato incompiuti? Cosa dobbiamo aspettarci quando, nel 2024, a trent’anni dalla morte dell’autore, scadrà il divieto alla pubblicazione dei suoi diri da lui stesso imposto? Oltre a questo Party sotto le bombe sono già usciti, per ora solo in tedesco, gli Aufzeichnungen für Marie-Louise, appunti che Canetti aveva scritto per una delle sue innumerevoli amanti. Ho visto il libro a Vienna, ma non ho avuto il coraggio di prenderlo in mano. Claudio Magris l’ha definito un’operazione indegna, o qualcosa del genere.

Questo è: una bieca operazione commerciale. Canetti ha vinto il Nobel, vende molto, è assai appetibile sul mercato. Sul mercato di lingua tedesca forse anche più che su quello di lingua italiana. Meglio avrebbero fatto a tributargli più onori in vita, anziché “riscoprire” il romanzo e i drammi trent’anni dopo la pubblicazione.

Certo, bisognerebbe stare bene attenti a non idealizzare gli scrittori, perché sono anche loro esseri umani, con i propri vizi, le loro bassezze. Ma, come ha scritto Willi Winkler in questa recensione, il lettore che ama Canetti si sarebbe volentieri risparmiato queste bassezze. C’è banalità in questo libro, odio, disprezzo, cattiveria, meschinità. Per carità, io non so come fosse Elias Canetti nel privato, può anche darsi che fosse così, ma mi importava davvero saperlo? Francamente no. Non avrei avuto nulla da ridire, ovviamente, se l’autore stesso avesse spontaneamente deciso di pubblicare questo libro in questa forma, senza espungere gli episodi di puro livore; ma così non è stato. Canetti non ha potuto dire la sua, nessuno può sapere se non avrebbe preferito limare, lavorare ancora su questi abbozzi.

In questa recensione è scritta una cosa che condivido: «Chi conosce, davvero, tutta la scrittura di Canetti, non ha bisogno, oggi, di nessun altro rigo».

La rapidità dello spirito

La mia biblioteca, composta da migliaia di volumi che mi sono proposto di leggere, cresce dieci volte più in fretta di quanto io possa leggere. Ho tentato di dilatarla fino a farne una specie di universo in cui trovare tutto. Ma questo universo cresce in una misura che dà le vertigini. Non vuole placarsi, e io ne sento la crescita sulla mia pelle. Ogni volume che vi aggiungo scatena una piccola catastrofe cosmica, e un po’ di quiete subentra solo quando in apparenza quel volume trova il suo posto e provvisoriamente scompare.

Da: Elias Canetti, La rapidità dello spirito. Appunti da Hampstead, 1954-1971 (tit. originale Nachträge aus Hampstead. Aus den Aufzeichnungen, 1954-1971), Adelphi, Milano 1996. Traduzione di Gilberto Forti. 187 pagine. 12,39 €.

La provincia dell’uomo

Ci sono libri che si posseggono da vent’anni senza leggerli, che si tengono sempre vicini, che uno si porta con sé di città in città, di paese in paese, imballati con cura, anche se abbiamo pochissimo posto, e forse li sfogliamo al momento di toglierli dal baule; tuttavia ci guardiamo bene dal leggerne per intero anche una sola frase. Poi, dopo vent’anni, viene un momento in cui d’improvviso, quasi per una fortissima coercizione, non si può fare a meno di leggere uno di questi libri d’un fiato, da capo a fondo: è come una rivelazione. Ora sappiamo perché lo abbiamo trattato con tante cerimonie. Doveva stare a lungo vicino a noi; doveva viaggiare; doveva occupare posto; doveva essere un peso; e adesso ha rggiunto lo scopo del suo viaggio, adesso si svela, adesso illumina i vent’anni trascorsi in cui è vissuto, muto, con noi. Non potrebbe dire tanto se per tutto quel tempo non fosse rimasto muto, e solo un idiota si azzarderebbe a credere che dentro ci siano state sempre le medesime cose.

Da: Elias Canetti, La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti 1942-1972 (tit. originale Die Provinz des Menschen. Aufzeichnungen 1942-1972), Adelphi, Milano 1978. Traduzione di Furio Jesi. 372 pagine.