Archivio delle Categorie: letterature “altre”

Una tromba nello uadi

Una tromba nello uadiSami Michael, Una tromba nello uadi (tit. originale Hatzotzrah bavadi), Giuntina, Firenze 2008. Traduzione di Shulim Vogelmann. 270 pagine, 15 €.

Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo.  Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.

Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.

«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»

Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.

L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.

Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.

Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.

Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.

L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.

Per approfondire:

* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro

[Giappone] Cent’anni di racconti dal Giappone

Cent'anni di racconti dal GiapponeAutori Vari, Cent’anni di racconti dal Giappone, Mondadori, Milano 1992.

Ho finalmente letto questo libro che mi era stato regalato tempo fa da un’amica. La mia conoscenza della letteratura giapponese era fin qui molto scarsa – e a dire il vero lo resta tuttora – limitandosi a qualche romanzo di Banana Yoshimoto (che non sopporto) e a uno di Haruki Murakami, Tokyo Blues Norwegian Wood.

Questa raccolta di racconti mi sembra un ottimo modo per avvicinarsi alla letteratura giapponese. Raccoglie infatti testi di autori conosciuti anche in Occidente, come Yasunari Kawabata e Kenzaburo Oe, e di scrittori a noi ignoti, spesso tradotti qui per la prima volta in italiano. Il difetto è forse che si tratta di un’antologia ormai piuttosto vecchia, ristampata nel 2001 ma edita originariamente nel 1992: dunque non può tenere conto delle tendenze contemporanee della letteratura nipponica.

Come per tutte le antologie, il livello dei racconti è vario, ma comunque in generale piuttosto buono.

L’autore che ho preferito è stato senz’altro Kobo Abe, del quale in Italia sono stati tradotti alcuni libri, ma che io non conoscevo. Nell’introduzione, Cristiana Ceci afferma che questo scrittore, considerato un grande della letteratura giapponese, è stato da più parti avvicinato a Kafka. I suoi due racconti qui presenti  hanno come tema la difficoltà a esistere, Montale direbbe il male di vivere, anche se in realtà si tratta di qualcosa di diverso.

Nel primo racconto di Abe, Il gesso magico, il protagonista è un uomo che vive in tale stato di indigenza da non avere da mangiare. Preso dalla disperazione dovuta alla fame, inizia a disegnare cibo e bevande su una parete con un gesso che, chissà come, si ritrova in mano. Magicamente ciò che disegna prende forma e si materializza nella sua povera stanza. L’uomo prende gusto a questo “gioco” e finisce per vivere solo per quello, arrivando a sbarrare porte e finestre quando si rende conto che la magia ha effetto soltanto al buio. Il protagonista si pone in definitiva come demiurgo, creatore di un nuovo mondo in cui poter abitare in armonia – ma non c’è alcuna armonia in questo racconto.

Il secondo racconto di Abe è forse il più bello dell’intera raccolta. Si intitola L’uovo di piombo ed è in sostanza un racconto di fantascienza, ambientato in una società a noi posteriore di ben ottocentomila anni. Durante alcuni scavi minerari vengono scoperte delle antichissime civiltà fossilizzate e viene portato alla luce uno strano oggetto di piombo a forma di uovo. Si tratta di una capsula utilizzata dagli scienziati del 1987 per ibernare uno di loro fino a una data ben precisa, esattamente cento anni dopo, così da permettergli di entrare a contatto con quella società del futuro e riportare indiero le sue scoperte. Ma qualcosa è andato storto, e il risveglio non è avvenuto. Lo scienziato si risveglia solo ora, dopo ottocentomila anni, e l’impatto sarà ovviamente devastante.

Non intendo riassumere tutti gli altri racconti, voglio soltanto notare come quelli di Oe siano belli ma durissimi, impregnati di morte e di inutilità così tanto da impedire di respirare.

In generale, tutti i racconti hanno un velo di angoscia e disperazione, neanche tanto sottile, a dire il vero. Anzi.  La povertà, il dolore sono elementi onnipresenti. Vengono poi trattati la vecchiaia incipiente, la morte,  la malattia… Non si tratta assolutamente, dunque, di racconti allegri: tanta angoscia tutta insieme potrebbe anche essere deleteria, pertanto consiglierei a chi fosse interessato al libro di leggerlo a piccole dosi.

Qualche link per approfondire:

* l’articolo di Wikipedia sulla letteratura giapponese
* un articolo di Virginia Sica, docente di Cultura giapponese all’Università di Milano, per avvicinarsi alla letteratura giapponese, su Treccani Scuola
* Biblioteca giapponese, il blog di un’appassionata di letteratura giapponese
* un articolo su Kobo Abe, su Lankelot
* Kenzaburo Oe su Wikipedia

[Turchia]

Dopo essermi occupata del Vietnam e aver fatto un’incursione nella letteratura serba con due romanzi di David Albahari, oggi voglio introdurvi brevemente alla letteratura turca.

La Turchia è una nazione che è sempre stata in bilico fra Oriente e Occidente, non per niente è, insieme alla Russia, l’unico Stato che si trovi diviso fra due continenti, l’Asia e l’Europa. Basti pensare all’enorme estensione raggiunta dall’Impero Ottomano, di cui la Turchia è l’erede, che nel 1683 giunse addirittura alle soglie di Vienna. Un impero così vasto era unito soprattutto dal fattore religioso: l’Islam era infatti la religione comune a tutti i popoli ottomani.

Nell’Ottocento la classe dirigente guarda con interesse ai modelli europei, fino alle Tanzimat, le riforme imposte dal sultano dal 1839 al 1876. Nel frattempo inizia però il declino dell’impero, con vari tentativi di tenerlo in piedi rendendolo coeso.

L’impero ha fine nel 1922 e l’anno successivo viene proclamata la Repubblica di Turchia. A questo punto la nazione è divisa in varie zone di occupazione straniera in seguito al trattato di Sèvres, stipulato dopo la disfatta subita nella prima guerra mondiale. A guidare il movimento di indipendenza è Mustafa Kemal, noto poi come Atatürk, padre dei Turchi.

Atatürk decide di modernizzare il Paese e a tal fine mette in atto una massiccia opera di laicizzazione, a tratti brutale, in quanto abitudini fino ad allora quotidiane e radicate vengono proibite, ad esempio viene vietato l’uso del fez, tipico copricapo musulmano, che deve essere sostituito dal cappello occidentale. Le riforme di Atatürk investono anche il piano linguistico, ma qui bisogna fare un passo indietro.

Il turco ottomano era una lingua profondamente influenzata dall’arabo (di cui utilizzava l’alfabeto) e dal persiano, che nel mondo islamico antico erano le due lingue della cultura. La letteratura turca era fortemente influenzata da quella persiana, di cui riprendeva gli stilemi. L’interesse era rivolto quasi esclusivamente alla poesia, la conoscenza della quale era un mezzo per mettersi in mostra nell’ambiente di corte. All’interno della poesia ottomana rivestiva grande importanza la poesia mistica, che adottava un linguaggio amoroso prettamente omosessuale (l’omosessualità era ufficialmente malvista dall’Islam, ma era forte il mito del bell’efebo, caro anche alla classicità greca), a tratti anche esplicito e passionale, il cui scopo era però alludere all’unione mistica con Dio. Importanti erano anche il linguaggio fiorito e l’artificio retorico, con il ricorso a citazioni, doppi sensi, giochi di parole… Della poesia persiana, infine, la poesia turco-ottomana riprendeva il carattere frammentario. Il problema era però linguistico: la prosodia arabo-persiana, infatti, si basava sulla quantità delle vocali, senso questo che mancava alla lingua ottomana. La soluzione era un gran numero di prestiti arabi e persiani, entrati a far parte del vocabolario ottomano, non solo del linguaggio petico ma anche di quello quotidiano.

Atatürk intende la modernizzazione come occidentalizzazione, di conseguenza vara una riforma linguistica che intende restituire al turco il proprio carattere nazionale. Per far questo viene adottato l’alfabeto latino al posto di quello arabo e vengono proibite tutte le parole di derivazione araba e persiana, anche quelle di uso comune, sostituite con parole considerate “pure”  e prese per lo più dai dialetti in uso in Anatolia, dove si suppone che la lingua abbia un maggiore grado di purezza. La “rivoluzione linguistica” viene attuata con tale velocità e con tale estremismo che, se oggi interrogate un turco di mezza età, vi dirà che non riesce a capire le lettere che si scrivevano i suoi genitori prima della riforma di Atatürk. L’ottomano e il tuco imposto dall’alto sono, infatti, due lingue completamente diverse. Ne consegue che la letteratura turca nasce in pratica negli anni ’20-’30 del Novecento; per comprendere quella precedente sono necessari gli studiosi di ottomanistica.

Il tentativo di occidentalizzarsi porta naturalmente ad abbandonare la poesia per il romanzo che, bisognerebbe ricordarlo, è un genere prettamente europeo, almeno agli inizi. I primi tentativi di romanzo in Turchia si hanno nella seconda metà dell’Ottocento, quando gli scrittori prendono a imitare il modello naturalista francese, ma non ci sono ancora opere di spessore.

Intorno alla metà del Novecento inizia a svilupparsi in Turchia un interesse per i villaggi, che finora erano stati trascurati, ma che costituiscono la maggior parte del territorio turco. Nasce così una “letteratura del villaggio”, che si propone di raffigurare in maniera realistica (il modello è sempre francese) la realtà povera dei villaggi e dei contadini che spesso sono costretti a emigrare nelle città, affrontando tutte le difficotà del caso.

In epoca più recente, al tema dell’emigrazione interna dal’Anatolia a Istanbul ha dedicato una trilogia Latife Tekin, della quale sono stati pubblicati in Italia (da Giunti) i primi due libri, Fiabe dalle colline dei rifiuti e Cara spudorata morte, che però sono fuori catalogo.

Uno degli scrittori più significativi è Yashar Kemal, i cui libri sono tradotti in Italia da Tranchida: lo scrittore è un curdo appartenente a una tribù nomade e ha scritto della Çukurova, nella parte meridionale della Turchia, dove sono presenti coltivazioni di cotone.

Fra i nomi a noi più noti, Nazim Hikmet, poeta e drammaturgo, di cui, oltre alle solite raccolte di poesie d’amore, esistono due volumi di Editori Riuniti, credo fuori catalogo, che raccolgono la produzione sia poetica che drammaturgica (se cercate nel catalogo del Servizio Bibliotecario Nazionale li trovate). Notissimo Orhan Pamuk dopo l’assegnazione del Nobel nel 2006: di suo ho letto qulche mese fa Il mio nome è rosso. Nota anche Elif Shafak per il suo La bastarda di Istanbul. Inoltre c’è un gran numero di scrittori turco-tedeschi, dei quali molti scrivono in tedesco (come Feridun Zaimoglu) e alcuni in turco.

Per approfonodire:

* la lingua turca su Wikipedia (segnalo anche la pagina in inglese, contrassegnata come “featured article”)
* la letteratura turca su Wikipedia (in inglese)
* un sito dedicato alla letteratura turca contemporanea (in inglese, con moltissime traduzioni di poesie, racconti, ecc)
* un sito dedicato alla poesia turca (in inglese)
* un altro sito con traduzioni di poesie turche (in inglese)
* le molte pagine dedicate alla lingua e alla letteratura turca sul portale dedicato alla cultura turca (in inglese)
* “Türkische Literatur auf dem Weg nach Europa”: alcuni articoli sugli autori turco-tedeschi e non solo (in tedesco)
* la letteratura turco-tedesca su Wikipedia (in tedesco)
* una lista di autori turco-tedeschi (in tedesco)
* una lista di autori turchi (in inglese)
* una pagina su Nazim Hikmet
* il sito di Orhan Pamuk (in inglese)
* Latife Tekin su Wikipedia (in tedesco)
* Yashar Kemal su Zam
* Elif Shafak su Wikipedia (in inglese)
* Feridun Zaimoglu su Wikipedia (in inglese)

[Serbia] L’esca; Zink

David Albahari, L’esca (tit. originale Mamac), Zandonai, Rovereto (TN) 2008. Traduzione di Alice Parmeggiani. 126 pp.

«Uno che non sa scrivere, come me, è al pari di un ciarlatano che afferma di saper sistemare un osso fratturato o un’articolazione slogata, ma non fa altro che aggravare il malanno e renderlo inguaribile. Uno che sa scrivere, come Donald, si sarebbe tranquillamente seduto e avrebbe scritto un racconto, percorrendo la strada più breve possibile dall’inizio alla fine. Nulla in quel racconto avrebbe indicato l’esistenza di qualsiasi altra cosa tranne il racconto, e non come nel mio caso, nel mio racconto, se solo l’avessi scritto, nel quale c’è di tutto tranne il racconto, che continua a dissolversi sotto gli scossoni causati dalle incursioni delle realtà parallele.»

In questo brano c’è qualcosa di vero e qualcosa di non vero. Iniziamo col non vero: non è affatto vero che Albahari non sappia scrivere – se vogliamo identificare il narratore con l’autore, come viene spontaneo fare anche se forse è sbagliato – anche se questa sua lotta con e contro la scrittura torna continuamente nel testo, anzi ne è un motivo portante. Vero è, invece, che il racconto si dissolve sotto le incursioni di realtà parallele, e a volte l’impressione è appunto che tutto ci sia tranne il racconto. Questo, naturalmente, se abbiamo in mente il senso per così dire canonico del termine “racconto”, secondo il quale ci deve essere una trama ben riconoscibile, uno sviluppo, un intreccio. Al contrario, questo breve romanzo di Albahari non ha queste nette caratteristiche, e chi ha care le definizioni lo potrebbe definire post-moderno, se non addirittura post-post-moderno. Io non mi arrischio, lascio ad altri l’incombenza di etichettare.

Questo breve romanzo, il cui titolo in serbo-croato significa sia “esca” sia “mamma”, è un flusso continuo, e tale appare fin da subito, anche graficamente: basta sfogliare il libro, e si noterà subito che non ci sono paragrafi. La sintassi e la punteggiatura non sono utilizzate in modo anomalo, ma la scrittura è un blocco continuo, che tende a non concedere pause di respiro per il semplice fatto che non va mai a capo: sembra banale, a raccontarlo così, invece l’effetto è molto particolare, a me ha dato proprio la sensazione di un fiume che scorre senza fermarsi mai se non quando arriva a destinazione.

In una interessante intervista all’autore, Sergej Roic parla di un modo di scrivere che «assomiglia di più a un vortice, a un gorgo, piuttosto che a un lento fiume tranquillo», e che darebbe al lettore la sensazione di «annegare»: questione di immagini personali; non è certo un fluire tranquillo, in ogni caso, quello della scrittura di Albahari, perciò l’immagine del vortice mi pare comunque pertinente ed efficace, a seconda della simbologia personale di ciascuno. Roic paragona il modo di scrivere di Albahari a quello di Thomas Bernhard, e per quel pochissimo che ho letto io di Bernhard mi pare che sia un paragone calzante. Albahari, per conto suo, dice di essere stato influenzato anche da Beckett e da Saramago; ma è inutile che vi riporti altro, vi consiglio di leggere da voi l’intervista, che tra l’altro è anche molto breve.

Ma di cosa parla, poi, questo romanzo? Già, è difficile scappare dalle “vecchie” categorie di fabula e intreccio, anche se leggendo L’esca finiscono per sembrare davvero obsolete. In breve, il narratore si trova a riascoltare su un vecchio magnetofono i nastri su cui, anni addietro, aveva registrato la storia della vita di sua madre, ormai morta. Un’intervista a cui questa donna di una saggezza semplice e bellissima si era prestata all’inizio con riluttanza, a breve distanza dalla morte del suo secondo marito, padre del narratore, ma che poi aveva preso a narrare più volentieri. La “trama” non è che questa,  fin dei conti, se proprio di trama vogliamo parlare.

Ma la verità è che la trama non c’è, o se c’è si sgretola fin dall’inizio: già nella prima pagina sentiamo la voce della madre, «Da dove devo cominciare», dice: sembra un inizio, ma subito il narratore passa a parlare di come abbia cercato a lungo un magnetofono per ascoltare quei vecchi nastri, di come abbia protetto quei nastri nella valigia, e così veniamo a sapere che il narratore è partito per trasferirsi da un’altra parte. Il posto da cui è partito è la Serbia disgregata dalla guerra che ha smembrato la Jugoslavia, e il luogo in cui è andato è il Canada. Proprio come l’autore, e così diventa facile confondere i piani e identificare autore e narratore: se questa identificazione corrisponda alla realtà, io non lo so, e non è dato sapere, come è giusto che sia.

Al racconto della madre, che noi lettori ascoltiamo dalla sua voce insieme al narratore, si intrecciano vari momenti della vita di quest’ultimo, in Serbia e in Canada; a questi si intrecciano particolari su Donald, l’amico che ricorre costantemente nel romanzo, specialmente ricordi di una cena in un ristorante su un’isola fluviale, dove i due hanno parlato del racconto che il narratore vuole scrivere; ed ecco che di nuovo si intreccia a tutto il resto una riflessione soffertissima sulla scrittura, che è poi l’altro ramo principale del romanzo. Il narratore vuole scrivere un racconto, e si vedrà con quanta sofferenza; ci sono scambi molto interessanti con Donald, che per l’appunto è scrittore, e ci sono riflessioni del narratore, che sembra soffrire di una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dell’amico scrittore, per il quale tutto sicuramemte sarebbe più facile, eppure risulta evidente che il narratore stesso è un grande scrittore, forse più grande ancora, a sua insaputa, dell’amico Donald.

Detto tutto questo, mi sembra di non aver detto niente di questo libro, ma forse non avrei potuto dire niente di più. Non vorrei aver dato l’impressione che il romanzo sia confuso: non lo è affatto, lo si può sentire come un vortice che risucchia, e a questo punto tutto dipende dai gusti personali. Per me questo è un pregio, perché significa che questo tipo di scrittura mi rende impossibile staccarmi dalla pagina, sebbene allo stesso tempo la percepisca chiaramente come una scrittura (e un romanzo) che ha bisogno di essere assaporata in ogni dettaglio – e allora forse avrebbe senso farsi risucchiare, prima, senza opporre resistenza, e poi rileggere e gustare piano piano il tutto.

David Albahari, Zink (tit. originale Cink), Zandonai, Rovereto (TN) 2009. Traduzione di Alice Parmeggiani. 89 pp.

Come L’esca prendeva a pretesto la figura della madre, così Zink ruota intorno alla figura del padre. Il procedimento è lo stesso: «Non c’era altro modo: il racconto su di lui doveva essere un racconto che non lo riguardava.» Difatti anche qui le categorie narratologiche non sono sufficienti, perché di nuovo il racconto si sfalda e quello di “trama” è un concetto inappropriato: l’agonia del padre, malato in Terra Santa (Albahari è di famiglia ebrea), e trasportato in aereo a morire in Serbia; poi, la partenza del figlio-narratore.

La narrazione, però, si dissolve qui in maniera diversa, addirittura opposta rispetto a L’esca: mentre lì si trattava di un blocco unico composto di più “realtà parallele”, qui le divagazioni ci sono ma disfano la struttura del racconto, nel vero senso della parola. Tutto ruota intorno al dubbio e alla parola: necessaria, sufficiente, inadatta? Pian piano la fiducia nella parola viene meno: «… le parole non erano più indispensabili. Le parole sono grucce; il corpo è discorso.» (p. 61); «Ci sono sempre meno parole capaci di dire qualcosa di lui.» (p. 76). Così la scrittura diventa sempre più frammentaria, quasi aforistica potremmo dire, con un termine certo non appropriato ma utile a rendere l’idea della frammentazione del discorso: discorso che inizia con molta luce («In questa stanza c’è troppa luce») e, man mano che va avanti, si fa sempre più lampi di immagini, come se fossero flash di una macchina che fotografa ricordi – singoli, apparentemente scollegati, banali e insignificanti, eppure omaggio altissimo al padre morto.

La riflessione sulla scrittura è presente con forza anche in questo breve romanzo, dove addirittura un racconto diverso e metafora del primo si intreccia al racconto principale, per poi spegnersi anch’esso in frammenti, dichiarato impossibile, riconosciuto artificio.

Una scrittura per flash che richiede altrettanta concentrazione della scrittura-flusso de L’esca, ma forse maggiore disponibilità del lettore a costruire i propri collegamenti all’interno degli spazi bianchi. Sicuramente, nessuno dei due libri è di facile e rilassata lettura, né possono piacere a tutti.

Per quanto mi riguarda, David Albahari è forse la scoperta più interessante di questo 2009, e soprattutto L’esca è uno dei libri più belli letti quest’anno, almeno finora. Se quanto ho detto vi ha incuriosito, anziché farvi venire mal di testa, mi sento di consigliarvene assolutamente la lettura.

Per chi volesse approfondire:

* il sito di Zandonai, una casa editrice che pubblica libri molto interessanti e che vi consiglio di tenere d’occhio
* la pagina dedicata a David Albahari sul sito di Zandonai
* il sito di David Albahari, dove si possono leggere alcuni racconti e interviste (in inglese e in serbo)
* un elenco di scrittori serbi su Wikipedia
* una guida veloce alla letteratura serba (in inglese e in serbo)
* quattro saggi sulla letteratura serba, dal medioevo al XX secolo (in inglese)
* la lingua serba e l’ormai defunta lingua serbo-croata su Wikipedia
* la storia della Serbia in breve (in inglese; non è stato facile trovare un articolo che adottasse una prospettiva neutrale sull’argomento)

[Vietnam]

Tempo fa si discuteva sul vecchio blog del fatto che non molti leggano autori provenienti da Paesi “altri”. Siamo abituati a leggere letteratura italiana, inglese, americana, spagnola, francese, tedesca, ma raramente ci spingiamo oltre i confini di queste lingue e dei Paesi in cui sono parlate. Così, su consiglio di Francesca, ho deciso di dedicare una rubrica alle letterature “altre”, quelle che provengono da Paesi che normalmente non prendiamo in considerazione e/o originariamente scritte in lingue poco frequentate. Secondo quanto riterrò più opportuno, a volte parlerò di singoli libri, altre volte farò una panoramica più generale.

Voglio iniziare questo viaggio con un Paese che, credo, veramente pochi di noi conoscono nelle sue espressioni letterarie: il Vietnam.

La letteratura in Vietnam è molto presente, a partire dai miti tradizionali e dalle poesie popolari, i cosiddetti ca dao, a cui la casa editrice O barra O, attenta alle letterature asiatiche, ha dedicato un libro: I ca dao del Vietnam, a cura di Nguyên Van Hoàn e Pino Tagliazucchi.

Nguyên Huy Thiêp

Nguyên Huy Thiêp

Sotto l’influsso dei romanzi francesi, la letteratura vietnamita moderna, così come la intendiamo noi occidentali (romanzi, racconti, poesie) si sviluppa fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. In seguito il Partito Comunista cerca di istituire una letteratura di regime, che deve educare il popolo e aderire ai principi del realismo. Negli ultimi vent’anni circa le cose iniziano a cambiare ed emergono scrittori considerati controversi come Nguyên Huy Thiêp.

Questi è uno degli scrittori più famosi del Vietnam e tra i più letti all’estero. Nel 1987 pubblica il racconto Il generale in pensione, che rompe con il realismo socialista. Di questo autore O barra O ha pubblicato tre raccolte di racconti: Soffi di vento sul Vietnam, Attraversando il fiume e Il sale della foresta. Io ho letto soltanto quest’ultimo, acquistato al Pisa Book Festival l’ottobre scorso. Per inciso, Nguyên Huy Thiêp è stato il vincitore del Premio Nonino Risit d’Âur 2008.

Il libro, tradotto da Tran Tu Quan e da Biancamaria Mancini, è uscito nel 2004 ed è giunto alla seconda edizione. Contiene sette racconti, forse a tratti un po’ difficili da seguire a causa dei nomi che per noi sono molto insoliti.

Il primo racconto, Lezioni dalla campagna, narra di una vacanza in campagna fatta dal protagonista che è, invece, un cittadino. Il ragazzo trarrà molte lezioni dalla vita assai diversa condotta nel villaggio in cui è ospite, e dalle conversazioni con il professor Trieu. Essendo i protagonisti adolescenti, ci sono anche storie di iniziazione al sesso, e a tratti l’insieme risulta un po’ volgare.

Il sale della foresta, il racconto che dà il titolo alla raccolta, è la storia di un uomo che riceve in regalo un fucile, e delle sue vicissitudini quando andrà a caccia per la prima volta.

I taglialegna è il racconto dell’esperienza vissuta dal protagonista quando va con un gruppo di taglialegna a lavorare lontano da casa, trovandosi di fronte a un mondo brutale e spietato.

La figlia della dea dell’Acqua è, a parer mio, il racconto più bello, forse perché il più onirico. In seguito a una forte tempesta viene trovata ai piedi di un albero vicino al fiume una neonata, la figlia della Dea dell’Acqua. Si narrano molte storie intorno a questa creatura quasi leggendaria. Un giorno, dopo molti anni, il protagonista la incontra e se ne innamora, cercandola poi in tutte le donne che incontrerà, e partendo infine alla sua ricerca: una ricerca che durerà tutta la vita.

Gli ultimi tre racconti, La spada tagliente, La febbre dell’oro e La virtù, esplicitamente presentati come narrazioni da parte dell’autore, si costituiscono come una sorta di racconto espanso che ruota intorno a un nucleo comune: la storia del Vietnam fra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, quando Nguyên Anh si impossessò del potere sul Paese dopo aspre battaglie. Il tema storico, tranne nel primo di questi tre racconti, resta però più o meno sullo sfondo, mentre il vero nucleo della storia è altrove: un cercatore d’oro, la storia di una virtuosissima e bellissima fanciulla.

Caratteristica di Nguyên Huy Thiêp è che tutti i suoi racconti sono scritti in prima persona, tendenza sempre più diffusa nella letteratura vietnamita, soprattutto quella più recente.

Per chi fosse interessato alla letteratura vietnamita (e del Sud-Est asiatico in genere), come si sarà capito, suggerisco di tenere d’occhio la casa editrice O barra O. All’estero, credo che diverse cose siano tradotte in francese.

Per approfondire:

* “Vingt ans de littérature vietnamienne: 1986-2006″: un bell’articolo della traduttrice e critica letteraria Doan Cam Thi, che si focalizza soprattutto sulle nuove tendenze della letteratura in Vietnam. L’articolo è in francese
* la letteratura vietnamita su Wikipedia (in inglese)
* alcuni brevi ma interessanti articoli sulla letteratura vietnamita, su un sito interamente dedicato alla cultura vietnamita (in inglese)
* “La nouvelle littérature vietnamienne”: altro articolo di Doan Cam Thi, che analizza nello specifico alcune opere dei giovani scrittori vietnamiti (in francese)
* Nguyên Huy Thiêp su Wikipedia (in francese)
* un articolo su Nguyên Huy Thiêp (in francese)
* una breve lista di scrittori vietnamiti (in tedesco)
* il Vietnam Literature Project, sito che promuove la diffusione della letteratura vietnamita tradotta in lingua inglese

Infine, un’idea: chi fosse curioso di leggere questo libro e lo volesse in prestito, me lo può chiedere. Lasciate un commento o mandatemi direttamente un’email con il vostro indirizzo, ve lo spedirò. Per ora, va alla prima persona che me lo chiede: se interessa a molti non vi preoccupate, ho già una soluzione.