David Albahari, L’esca (tit. originale Mamac), Zandonai, Rovereto (TN) 2008. Traduzione di Alice Parmeggiani. 126 pp.
«Uno che non sa scrivere, come me, è al pari di un ciarlatano che afferma di saper sistemare un osso fratturato o un’articolazione slogata, ma non fa altro che aggravare il malanno e renderlo inguaribile. Uno che sa scrivere, come Donald, si sarebbe tranquillamente seduto e avrebbe scritto un racconto, percorrendo la strada più breve possibile dall’inizio alla fine. Nulla in quel racconto avrebbe indicato l’esistenza di qualsiasi altra cosa tranne il racconto, e non come nel mio caso, nel mio racconto, se solo l’avessi scritto, nel quale c’è di tutto tranne il racconto, che continua a dissolversi sotto gli scossoni causati dalle incursioni delle realtà parallele.»
In questo brano c’è qualcosa di vero e qualcosa di non vero. Iniziamo col non vero: non è affatto vero che Albahari non sappia scrivere – se vogliamo identificare il narratore con l’autore, come viene spontaneo fare anche se forse è sbagliato – anche se questa sua lotta con e contro la scrittura torna continuamente nel testo, anzi ne è un motivo portante. Vero è, invece, che il racconto si dissolve sotto le incursioni di realtà parallele, e a volte l’impressione è appunto che tutto ci sia tranne il racconto. Questo, naturalmente, se abbiamo in mente il senso per così dire canonico del termine “racconto”, secondo il quale ci deve essere una trama ben riconoscibile, uno sviluppo, un intreccio. Al contrario, questo breve romanzo di Albahari non ha queste nette caratteristiche, e chi ha care le definizioni lo potrebbe definire post-moderno, se non addirittura post-post-moderno. Io non mi arrischio, lascio ad altri l’incombenza di etichettare.
Questo breve romanzo, il cui titolo in serbo-croato significa sia “esca” sia “mamma”, è un flusso continuo, e tale appare fin da subito, anche graficamente: basta sfogliare il libro, e si noterà subito che non ci sono paragrafi. La sintassi e la punteggiatura non sono utilizzate in modo anomalo, ma la scrittura è un blocco continuo, che tende a non concedere pause di respiro per il semplice fatto che non va mai a capo: sembra banale, a raccontarlo così, invece l’effetto è molto particolare, a me ha dato proprio la sensazione di un fiume che scorre senza fermarsi mai se non quando arriva a destinazione.
In una interessante intervista all’autore, Sergej Roic parla di un modo di scrivere che «assomiglia di più a un vortice, a un gorgo, piuttosto che a un lento fiume tranquillo», e che darebbe al lettore la sensazione di «annegare»: questione di immagini personali; non è certo un fluire tranquillo, in ogni caso, quello della scrittura di Albahari, perciò l’immagine del vortice mi pare comunque pertinente ed efficace, a seconda della simbologia personale di ciascuno. Roic paragona il modo di scrivere di Albahari a quello di Thomas Bernhard, e per quel pochissimo che ho letto io di Bernhard mi pare che sia un paragone calzante. Albahari, per conto suo, dice di essere stato influenzato anche da Beckett e da Saramago; ma è inutile che vi riporti altro, vi consiglio di leggere da voi l’intervista, che tra l’altro è anche molto breve.
Ma di cosa parla, poi, questo romanzo? Già, è difficile scappare dalle “vecchie” categorie di fabula e intreccio, anche se leggendo L’esca finiscono per sembrare davvero obsolete. In breve, il narratore si trova a riascoltare su un vecchio magnetofono i nastri su cui, anni addietro, aveva registrato la storia della vita di sua madre, ormai morta. Un’intervista a cui questa donna di una saggezza semplice e bellissima si era prestata all’inizio con riluttanza, a breve distanza dalla morte del suo secondo marito, padre del narratore, ma che poi aveva preso a narrare più volentieri. La “trama” non è che questa, fin dei conti, se proprio di trama vogliamo parlare.
Ma la verità è che la trama non c’è, o se c’è si sgretola fin dall’inizio: già nella prima pagina sentiamo la voce della madre, «Da dove devo cominciare», dice: sembra un inizio, ma subito il narratore passa a parlare di come abbia cercato a lungo un magnetofono per ascoltare quei vecchi nastri, di come abbia protetto quei nastri nella valigia, e così veniamo a sapere che il narratore è partito per trasferirsi da un’altra parte. Il posto da cui è partito è la Serbia disgregata dalla guerra che ha smembrato la Jugoslavia, e il luogo in cui è andato è il Canada. Proprio come l’autore, e così diventa facile confondere i piani e identificare autore e narratore: se questa identificazione corrisponda alla realtà, io non lo so, e non è dato sapere, come è giusto che sia.
Al racconto della madre, che noi lettori ascoltiamo dalla sua voce insieme al narratore, si intrecciano vari momenti della vita di quest’ultimo, in Serbia e in Canada; a questi si intrecciano particolari su Donald, l’amico che ricorre costantemente nel romanzo, specialmente ricordi di una cena in un ristorante su un’isola fluviale, dove i due hanno parlato del racconto che il narratore vuole scrivere; ed ecco che di nuovo si intreccia a tutto il resto una riflessione soffertissima sulla scrittura, che è poi l’altro ramo principale del romanzo. Il narratore vuole scrivere un racconto, e si vedrà con quanta sofferenza; ci sono scambi molto interessanti con Donald, che per l’appunto è scrittore, e ci sono riflessioni del narratore, che sembra soffrire di una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dell’amico scrittore, per il quale tutto sicuramemte sarebbe più facile, eppure risulta evidente che il narratore stesso è un grande scrittore, forse più grande ancora, a sua insaputa, dell’amico Donald.
Detto tutto questo, mi sembra di non aver detto niente di questo libro, ma forse non avrei potuto dire niente di più. Non vorrei aver dato l’impressione che il romanzo sia confuso: non lo è affatto, lo si può sentire come un vortice che risucchia, e a questo punto tutto dipende dai gusti personali. Per me questo è un pregio, perché significa che questo tipo di scrittura mi rende impossibile staccarmi dalla pagina, sebbene allo stesso tempo la percepisca chiaramente come una scrittura (e un romanzo) che ha bisogno di essere assaporata in ogni dettaglio – e allora forse avrebbe senso farsi risucchiare, prima, senza opporre resistenza, e poi rileggere e gustare piano piano il tutto.
David Albahari, Zink (tit. originale Cink), Zandonai, Rovereto (TN) 2009. Traduzione di Alice Parmeggiani. 89 pp.
Come L’esca prendeva a pretesto la figura della madre, così Zink ruota intorno alla figura del padre. Il procedimento è lo stesso: «Non c’era altro modo: il racconto su di lui doveva essere un racconto che non lo riguardava.» Difatti anche qui le categorie narratologiche non sono sufficienti, perché di nuovo il racconto si sfalda e quello di “trama” è un concetto inappropriato: l’agonia del padre, malato in Terra Santa (Albahari è di famiglia ebrea), e trasportato in aereo a morire in Serbia; poi, la partenza del figlio-narratore.
La narrazione, però, si dissolve qui in maniera diversa, addirittura opposta rispetto a L’esca: mentre lì si trattava di un blocco unico composto di più “realtà parallele”, qui le divagazioni ci sono ma disfano la struttura del racconto, nel vero senso della parola. Tutto ruota intorno al dubbio e alla parola: necessaria, sufficiente, inadatta? Pian piano la fiducia nella parola viene meno: «… le parole non erano più indispensabili. Le parole sono grucce; il corpo è discorso.» (p. 61); «Ci sono sempre meno parole capaci di dire qualcosa di lui.» (p. 76). Così la scrittura diventa sempre più frammentaria, quasi aforistica potremmo dire, con un termine certo non appropriato ma utile a rendere l’idea della frammentazione del discorso: discorso che inizia con molta luce («In questa stanza c’è troppa luce») e, man mano che va avanti, si fa sempre più lampi di immagini, come se fossero flash di una macchina che fotografa ricordi – singoli, apparentemente scollegati, banali e insignificanti, eppure omaggio altissimo al padre morto.
La riflessione sulla scrittura è presente con forza anche in questo breve romanzo, dove addirittura un racconto diverso e metafora del primo si intreccia al racconto principale, per poi spegnersi anch’esso in frammenti, dichiarato impossibile, riconosciuto artificio.
Una scrittura per flash che richiede altrettanta concentrazione della scrittura-flusso de L’esca, ma forse maggiore disponibilità del lettore a costruire i propri collegamenti all’interno degli spazi bianchi. Sicuramente, nessuno dei due libri è di facile e rilassata lettura, né possono piacere a tutti.
Per quanto mi riguarda, David Albahari è forse la scoperta più interessante di questo 2009, e soprattutto L’esca è uno dei libri più belli letti quest’anno, almeno finora. Se quanto ho detto vi ha incuriosito, anziché farvi venire mal di testa, mi sento di consigliarvene assolutamente la lettura.
Per chi volesse approfondire:
* il sito di Zandonai, una casa editrice che pubblica libri molto interessanti e che vi consiglio di tenere d’occhio
* la pagina dedicata a David Albahari sul sito di Zandonai
* il sito di David Albahari, dove si possono leggere alcuni racconti e interviste (in inglese e in serbo)
* un elenco di scrittori serbi su Wikipedia
* una guida veloce alla letteratura serba (in inglese e in serbo)
* quattro saggi sulla letteratura serba, dal medioevo al XX secolo (in inglese)
* la lingua serba e l’ormai defunta lingua serbo-croata su Wikipedia
* la storia della Serbia in breve (in inglese; non è stato facile trovare un articolo che adottasse una prospettiva neutrale sull’argomento)
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Una tromba nello uadi
Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo. Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.
Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.
«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»
Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.
L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.
Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.
Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.
Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.
L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.
Per approfondire:
* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro
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Inserito in intercultura, letterature "altre", recensioni e commenti
Etichette Giuntina, guerra, letteratura israeliana, piccola editoria, Sami Michael