Archivio delle Categorie: intercultura

Una tromba nello uadi

Una tromba nello uadiSami Michael, Una tromba nello uadi (tit. originale Hatzotzrah bavadi), Giuntina, Firenze 2008. Traduzione di Shulim Vogelmann. 270 pagine, 15 €.

Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo.  Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.

Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.

«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»

Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.

L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.

Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.

Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.

Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.

L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.

Per approfondire:

* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro

Oltre Babilonia

Oltre BabiloniaIgiaba Scego, Oltre Babilonia, Donzelli, Roma 2008. 458 pagine, 17,50 €.

Questo è uno dei libri più belli che io abbia letto ultimamente. Ben scritto e inoltre un libro che ti scava dentro. Una scrittrice che sa veramente il fatto suo.

Di cosa parla Oltre Babilonia? Beh, di tante cose, ma in fondo il tema è il dolore, e come uscirne. Ma affronta ogni sfaccettatura del dolore questo romanzo: la pedofilia, l’esilio, la guerra civile e non, il colonialismo italiano, il suicidio, la dittatura argentina, l’infibulazione, la violenza sessuale, il razzismo, il precariato, l’aborto. E anche, naturalmente, il tema della lingua, se è vero che gran parte del romanzo si svolge in una scuola di arabo a Tunisi. Eppure tutti questi temi non formano affatto un’accozzaglia informe (il rischio c’è ed è forte, quando si mette tanta carne al fuoco), tutt’altro. Il romanzo ha cinque voci, a ciascuna delle quali è dedicato un capitolo in ognuna delle otto parti. Ognuna di queste voci è collegata alle altre da legami di parentela o di amicizia, e questo fa sì che tante storie diverse si possano intrecciare in maniera naturale. Storie di dolore, ma anche di amore, e di speranza, sempre.

Delle cinque voci quattro sono donne:

la Nus-Nus, che in somalo vuol dire la “mezza mezza”, una ragazza intorno ai trent’anni, romana, ma in realtà figlia di un’argentina e di un somalo, quest’ultimo mai conosciuto. Una mulatta che non sta bene nella sua pelle né bianca né nera, coi suoi capelli ricci da africana, con quella madre così famosa e ingombrante. Bisessuale, ma tendenzialmente lesbica, ha da poco perso la sua compagna, una vera schiavista che l’ha costretta a rapporti sessuali con un uomo per poter avere un figlio, che le hai poi subito fatto abortire, per poi infine suicidarsi;

la Negropolitana, Zuhra, che è anche colei che scrive il prologo e l’epilogo; una commessa precaria in un grande magazzino “culturale” con aspirazioni se non proprio da scrittrice almeno da tramandatrice della memoria (e la memoria è senz’altro un tema centrale nel libro). Anche lei sui trent’anni, qualcuno in più di Mar la Nus-Nus, anche lei romana, trasferitasi in Italia da neonata con la madre, ormai cittadina italiana. Entrambi i genitori somali, ma anche lei come Mar non ha mai conosciuto il padre e sua madre non gliene ha mai parlato, neppure per rivelargliene il nome. Da ragazzina Zuhra è stata violentata da un bidello del collegio nel quale sua madre l’aveva mandata e questo le impedisce tuttora di avere una relazione con un uomo;

la Reaparecida Miranda, madre di Mar, argentina, in Italia da quando la dittatura le ha fatto “desaparecer” il fratello. Sua madre le disse che non meritava di essere chiamata puttana, perché andava a letto con un ufficiale del regime, uno di quelli addetti alle torture. Miranda non si perdonerà mai quei suoi tre anni di passione. Scrive poesie ed è molto famosa in varie parti del mondo, ma non riesce a comunicare con sua figlia e per questo inizia a scriverle, per raccontarle dell’Argentina e soprattutto della Flaca, fidanzata di suo fratello, scampata alle torture ma praticamente impazzita;

la Pessottimista, ovvero la madre di Zuhra, scappata dalla Somalia all’epoca della guerra civile e approdata a Roma. In Somalia era sposata con il padre di Zuhra, ma di lui si sono poi perse le tracce. Un giorno, in seguito a una domanda della figlia, decide di raccontarle la sua storia registrandola su delle cassette. Scopriamo così che Maryam a Roma è diventata un’alcolizzata, ma ciò che soprattutto le piace raccontare a Zuhra è la sua infanzia somala, con la sua grande amica Howa Rosario;

infine l’unico uomo voce protagonista, il padre, Elias, che di fatto è padre sia di Zuhra che di Mar, e che ha abbandonato entrambe le figlie, oltre che entrambe le donne amate. Maryam riesce a fargli sapere che dovrebbe parlare a sua figlia Zuhra, raccontarle di lui. Così anche lui registra la sua voce su delle cassette, ma non parlerà di sé, bensì dei suoi genitori e soprattutto di suo padre, violentato da soldati italiani durante il periodo del colonialismo.

Tutto questo in fondo dice ben poco, perché la cosa più bella è immergersi nel romanzo e farsi trasporare da tutte queste voci, in tutti questi luoghi, e uscire infine a testa alta da tanto dolore, perché è possibile. Consigliatissimo.

Per approfondire:

* il libro sulla pagina della casa editrice (da leggere anche le recensioni riportate)
* una recensione apparsa sul manifesto
* un’altra recensione
* un’intervista all’autrice
* i commenti di Igiaba Scego sull’Unità
* la pagina Wikipedia dedicata a Igiaba Scego

PS. Inserisco il post nella categoria intercultura per le origini somale dell’autrice, che tuttavia è nata a Roma ed è a tutti gli effetti una scrittrice italiana.

Tutti i giorni

Terézia Mora, Tutti i giorni (tit. originale Alle Tage), Mondadori, 2009. Traduzione di Margherita Carbonaro. 441 pagine, 22 €.

Tutti i giorni inizia quasi dalla fine. Quasi, perché la vera fine sarà un ulteriore breve passaggio che, chissà, forse poteva essere evitato per lasciare il racconto in sospeso. Tre donne trovano un uomo appeso a testa in giù in un campo giochi abbandonato. Quell’uomo è Abel Nema, traduttore da dieci lingue. Attraverso una serie di contui balzi all’indietro e in avanti veniamo a conoscenza della sua storia. Abel viene da un Paese dell’Est spaccato dalla guerra – l’ex Jugoslavia, si intuisce, sebbene non venga mai nominata. In seguito a un incidente domestico diventa quello che è ora, un’ameba, come recita l’estratto in quarta di copertina. Sopravvive, più che vivere: non ha desideri, necessità, pretese, nulla di nulla. Vive nella più completa abulia, dandosi da fare soltanto per imparare in laboratorio le sue dieci lingue. Che le impari proprio in laboratorio è importante perché, pur essendo un poliglotta straordinariamente dotato, Abel non comunica. Si è trasferito in un altro Paese, nella città di B., e lì vegeta, impotente preda di un unico vizio che non svelo. È scappato dal suo Paese subito dopo la maturità, dopo aver scoperto di non essere corrisposto (anzi) dal ragazzo che ama, un suo compagno di scuola. Nel corso degli anni a B. gli succedono varie cose, senza che lui le cerchi: si trova a vivere in una comune di musicisti ubriaconi, finisce per sposarsi per poter ottenere il passaporto. Tutto ciò che gli accade è da lui passivamente subito.

Questa più o meno è la storia di Abel Nema, ricostruita mettendo insieme i vari flashback e flashforward di una scrittura sincopata e schizofrenica: nel senso che il punto di vista e persino la parola passano da un personaggio all’altro anche all’interno di una stessa frase, che può essere iniziata in prima persona e conclusa in terza o viceversa. Uno stile difficile da seguire, ma che costituisce forse il tratto più caratteristico di questo strano romanzo. La trama non è certo ciò che importa Terézia Mora: è statica e quando si muove lo fa esclusivamente per inerzia, sembra accadere di tutto eppure in fondo non accade niente.

Ciò che è interessante è inoltre la psicologia: cosa c’è dentro un genio linguistico? come si può vivere sospesi fra dieci lingue, culture, identità diverse? a che cosa può condurre tutto questo? C’è da dire che l’autrice stessa vive fra due lingue, due culture, due identità, in quanto ungherese che vive in Germania e scrive in tedesco. Mora è infatti nata in Ungheria e appartiene alla minoranza di lingua tedesca. Ha anche vinto la borsa di studio Adelbert von Chamisso nel 2000 e il premio dal medesimo nome nel 2010: premio e borsa di studio sono conferiti dalla Robert Bosch Stiftung ad autori di altra madrelingua che scrivono in tedesco.

In buona sostanza non ho ben capito se il romanzo mi sia piaciuto o meno, certo è che si tratta di un’opera ambiziosa, concepita fuori da ogni sema e scritta ottimamente. La scrittura secca e puntuta mi ha un po’ ricordato Herta Müller. Ogni tanto si ha una sensazione un po’ strana a leggere in traduzione italiana un libro scritto in tedesco da un’ungherese, soprattutto se si tiene conto che è un romanzo sulle lingue. Comunque complimenti a Mondadori per avere osato una pubblicazione così particolare.

Chi sapesse il tedesco può leggere qui un lungo estratto in lingua originale. Segnalo inoltre il sito dell’autrice e due recensioni in italiano, su Nazione Indiana e sull’Indice dei libri del mese.

Lasciami andare, madre

More about Lasciami andare, madreHelga Schneider, Lasciami andare, madre, Adelphi, Milano 2009. 132 pagine.

Helga Schneider nasce nel 1937 in Slesia, allora zona tedesca e dopo la guerra polacca. Suo padre, austriaco, combatte al servizio del Führer dopo l’annessione dell’Austria. Sua madre è una nazista convinta, che decide di dedicarsi completamente a servire la causa nazista, arruolandosi nelle SS e abbandonando la famiglia. Quando questo succede Helga ha 4 anni e suo fratello Peter un anno e mezzo.

I bambini crescono dunque senza madre, dapprima con la nonna paterna, che odia sinceramente il fanatismo della nuora, in seguito con la seconda moglie del padre, che però accetta solo Peter e odia Helga, spedendola in giro per collegi pur di non tenerla con sé. Helga cresce dunque senza madre, e non riesce a pronunciare la parola “Mutti”, mammina in tedesco. Non sa neppure perché la sua vera madre l’ha abbandonata.

Nel 1971, ormai sposata con un italiano e trasferitasi definitivamente in Italia, decide di cercare la sua vera madre: vuole scoprire chi è, vuole farla conoscere a suo figlio. La trova a Vienna e la scopre ancora nazista convinta: la donna che dovrebbe essere sua madre le racconta il suo passato di guardiana nei campi di sterminio, le offre l’oro rubato agli ebrei. Helga scappa da questa madre e non la rivedrà più per 27 anni. Trascorso questo periodo riceve una lettera da Vienna, con la quale un’amica di sua madre la avvisa che la donna è in una casa di cura per anziani, debole di mente, e le suggerisce di andarla a trovare perché non si sa quanto le resterà da vivere.

Lasciami andare, madre è il racconto di questo secondo incontro, dolorosissimo: Helga ha delle vere e proprie crisi di panico all’idea di dover incontrare di nuovo quella madre assassina e torturatrice, eppure va, insieme a sua cugina, che le fa forza. La madre è ormai novantenne e alterna momenti di confusione mentale, capricci tipici delle persone molto vecchie e momenti di terribile lucidità, nei quali racconta il suo passato nei campi di sterminio, soprattutto a Birkenau. È sua figlia che la incalza a raccontare, vuole sapere, forse per poter finalmente decidere di odiare irrevocabilmente sua madre. Perché nonostante tutto a volte la forza del sangue sembra essere superiore a quella della ragione, e ogni tanto Helga si scopre a provare un barlume di tenerezza per quella atroce madre.

Ma sua madre racconta: racconta degli orrori, delle camere a gas, degli esperimenti sulle prigioniere ebree, di tutti quegli indicibili orrori che conosciamo dai libri di storia. Appare ancora intrisa dell’ideale nazista, mai pentita, eppure non è facile capire se sia davvero così, o se non cerchi piuttosto di rispondere quello che Helga vuole sentirsi dire, così che possa finalmente odiarla e liberarsi da lei.

Per riuscire a liberarsi della pesantissima eredità materna, Helga Schneider si è sbarazzata innanzi tutto della sua lingua madre, che ha rifiutato, decidendo di scrivere i suoi libri in italiano.

È un libro molto forte, ma da cui è difficile staccarsi, anche per la scorrevolezza della scrittura. Ci vuole certo stomaco, e deve aver fatto molto male all’autrice. Molto bello, consigliato.

Qualche link:

* la pagina Wikipedia su Helga Schneider
* il sito ufficiale dell’autrice
* il blog con notizie, rassegna stampa e approfondimenti
* altro blog curato dal figlio dell’autrice

Elias Canetti

«La lingua del mio spirito continuerà a essere il tedesco, e precisamente perché sono ebreo. Ciò che resta di quella terra devastata in ogni possibile modo voglio custodirlo in me, in quanto ebreo. Anche il suo destino è il mio; io però porto ancora in me un’eredità universalmente umana. Voglio restituire alla loro lingua ciò che le devo. Voglio in tal modo contribuire a far sì che si sia grati a loro per qualche cosa.»Elias Canetti

Elias Canetti è un esempio lampante di scrittore interculturale. Nasce nel 1905 a Rustschuk, una città che oggi si chiama Ruse e si trova in Bulgaria, ma che allora era parte dell’Impero Ottomano. Ha perciò passaporto turco: non è però né bulgaro né turco, bensì spagnolo. Anche “spagnolo” non è la denominazione corretta, in tedesco si parla infatti meglio di “Spaniole“. Si tratta degli antenati di quegli ebrei sefarditi che dopo il 1492 furono cacciati dalla natia Spagna in seguito alle persecuzioni.

Canetti è infatti ebreo e a casa parla appunto la cosiddetta lingua giudeo-spagnola o giudesmo, più correttamente ladino, da non confondere con l’omonima lingua parlata in Svizzera e Alto Adige. È uno spagnolo rimasto pressoché invariato rispetto a quello del Cinquecento. Ruststchuk è un luogo dove si trovano persone di mille culture diverse, perciò nella sua infanzia il piccolo Elias sente parlare sette o otto lingue e si abitua già all’interculturalismo. In più le sue bambinaie sono per lo più bulgare, perciò il bulgaro è una lingua che sente spesso nei primi anni di vita. Tutto questo è raccontato nel primo, bellissimo volume della sua autobiografia, La lingua salvata.

All’età di sette anni la famiglia Canetti si trasferisce in Inghilterra, a Manchester, quindi il piccolo Elias inizia a frequentare la scuola inglese e si abitua alla nuova lingua. Dopo l’improvvisa morte del padre, la madre decide di andarsene dall’Inghilterra e, con i suoi tre figli, parte per Vienna, il suo luogo del cuore, dove aveva studiato da ragazza e dove aveva conosciuto il marito. Prima però fanno tappa nella Svizzera francese, dove la signora Canetti si dà a insegnare il tedesco a Elias, con dei metodi a dir poco brutali. Siccome tutto è raccontato nella Lingua salvata non vi tedierò, basti dire che pretende che suo figlio impari tutto subito, altrimenti lo tratta da idiota. C’è da dire che Elias aveva già subito la fascinazione del tedesco, poiché in quella lingua “segreta” i genitori comunicavano quando non volevano farsi capire dai figli e, essendo misteriosa, gli sembrava una lingua magica e bellissima.

Elias Canetti impara dunque il tedesco, e la chiamerà una vera e propria “madrelingua”, pur se imparata in ritardo, a ben 11 anni. Lo sarà infatti davvero, una seconda madrelingua in cui Canetti si troverà bene tanto quanto nella prima: un caso diverso dal bilinguismo, perché le due lingue – giudesmo e tedesco – sono per Canetti davvero sullo stesso piano, nessuna delle due prevale sull’altra.

Elias passa l’adolescenza fra Zurigo, Vienna e Francoforte, quindi sempre in ambienti di lingua tedesca, ed è proprio in questa lingua che deciderà di scrivere. In realtà non sarà neppure una decisione, ma qualcosa di assolutamente naturale, indiscutibile. Nelle lettere al fratello Georges, da poco pubblicate in edizione economica per la Fischer in Germania, Elias afferma che delle volte prova il desiderio di scrivere nella loro vecchia lingua, il giudesmo, ma senza metterlo poi in pratica.

Bisogna anche ricordare che nel frattempo Canetti ha perso la cittadinanza turca (credo dipenda dalla fine dell’Impero Ottomano, ma non ne sono sicura) e si è ritrovato per lunghi anni apolide. Nel 1938 va in esilio in Inghilterra con la moglie Veza, e lì rimarrà per la maggior parte della sua vita succesiva, alternando la vita inglese con soggiorni a Zurigo. Otterrà poi la cittadinanza inglese. Eppure, pienamente inglese e attivo in Inghilterra, mai rinuncerà alla “lingua del suo spirito”, il tedesco. In un altro aforisma afferma di essere felice solo quando si trova a scrivere in tedesco mentre tutti intorno a lui parlano inglese.

In questo incredibile intreccio di culture, nazionalità, Paesi e lingue, Elias Canetti rimane uno scrittore tedesco, o almeno di lingua tedesca – in realtà è profondamente austriaco, viennese per l’esattezza, ma questa è, forse, una sottigliezza. Scrive tutti i suoi libri in tedesco e come scrittore di lingua tedesca prende il premio Nobel nel 1981, che dedica ai suoi maestri: Musil, Kafka, Broch e Kraus.

In italiano è stato tradotto quasi tutto, anche se non proprio tutto:

Tutti i libri sono usciti per Adelphi. Ciò di cui si avverte veramente la mancanza è una traduzione delle tre opere teatrali di Elias Canetti: forse è ancora possibile trovare qualche copia di Nozze (pubblicato da Einaudi), ma il Teatro di Einaudi è fuori catalogo da secoli. Adelphi annunciava tempo fa che stava per pubblicarlo, ma è passato qualche anno e non se ne è saputo più nulla. La mancanza è grave, perché Komödie der Eitelkeit è forse l’opera migliore in assoluto di Elias Canetti, quella che anche lui considerava tale.

Oltre ai testi citati, in tedesco si trovano:

  • Briefe an Georges, le lettere che Elias e sua moglie Veza hanno scritto al fratello di Elias, Georges Canetti, famoso medico parigino
  • Aufzeichnungen für Marie-Louise, una raccolta di aforismi scritti per una delle sue innumerevoli amanti, la pittrice Marie-Louise von Motesiczky
  • la raccolta dei Dramen
  • la raccolta di saggi e interviste Aufsätze, Reden, Gespräche
  • e anche qualcos’altro che non sto a citare perché lo potete trovare tranquillamente, tipo alcune raccolte di aforismi sugli animali e sulla morte

[La citazione in apertura proviene da La provincia dell'uomo]