Igiaba Scego, Oltre Babilonia, Donzelli, Roma 2008. 458 pagine, 17,50 €.
Questo è uno dei libri più belli che io abbia letto ultimamente. Ben scritto e inoltre un libro che ti scava dentro. Una scrittrice che sa veramente il fatto suo.
Di cosa parla Oltre Babilonia? Beh, di tante cose, ma in fondo il tema è il dolore, e come uscirne. Ma affronta ogni sfaccettatura del dolore questo romanzo: la pedofilia, l’esilio, la guerra civile e non, il colonialismo italiano, il suicidio, la dittatura argentina, l’infibulazione, la violenza sessuale, il razzismo, il precariato, l’aborto. E anche, naturalmente, il tema della lingua, se è vero che gran parte del romanzo si svolge in una scuola di arabo a Tunisi. Eppure tutti questi temi non formano affatto un’accozzaglia informe (il rischio c’è ed è forte, quando si mette tanta carne al fuoco), tutt’altro. Il romanzo ha cinque voci, a ciascuna delle quali è dedicato un capitolo in ognuna delle otto parti. Ognuna di queste voci è collegata alle altre da legami di parentela o di amicizia, e questo fa sì che tante storie diverse si possano intrecciare in maniera naturale. Storie di dolore, ma anche di amore, e di speranza, sempre.
Delle cinque voci quattro sono donne:
la Nus-Nus, che in somalo vuol dire la “mezza mezza”, una ragazza intorno ai trent’anni, romana, ma in realtà figlia di un’argentina e di un somalo, quest’ultimo mai conosciuto. Una mulatta che non sta bene nella sua pelle né bianca né nera, coi suoi capelli ricci da africana, con quella madre così famosa e ingombrante. Bisessuale, ma tendenzialmente lesbica, ha da poco perso la sua compagna, una vera schiavista che l’ha costretta a rapporti sessuali con un uomo per poter avere un figlio, che le hai poi subito fatto abortire, per poi infine suicidarsi;
la Negropolitana, Zuhra, che è anche colei che scrive il prologo e l’epilogo; una commessa precaria in un grande magazzino “culturale” con aspirazioni se non proprio da scrittrice almeno da tramandatrice della memoria (e la memoria è senz’altro un tema centrale nel libro). Anche lei sui trent’anni, qualcuno in più di Mar la Nus-Nus, anche lei romana, trasferitasi in Italia da neonata con la madre, ormai cittadina italiana. Entrambi i genitori somali, ma anche lei come Mar non ha mai conosciuto il padre e sua madre non gliene ha mai parlato, neppure per rivelargliene il nome. Da ragazzina Zuhra è stata violentata da un bidello del collegio nel quale sua madre l’aveva mandata e questo le impedisce tuttora di avere una relazione con un uomo;
la Reaparecida Miranda, madre di Mar, argentina, in Italia da quando la dittatura le ha fatto “desaparecer” il fratello. Sua madre le disse che non meritava di essere chiamata puttana, perché andava a letto con un ufficiale del regime, uno di quelli addetti alle torture. Miranda non si perdonerà mai quei suoi tre anni di passione. Scrive poesie ed è molto famosa in varie parti del mondo, ma non riesce a comunicare con sua figlia e per questo inizia a scriverle, per raccontarle dell’Argentina e soprattutto della Flaca, fidanzata di suo fratello, scampata alle torture ma praticamente impazzita;
la Pessottimista, ovvero la madre di Zuhra, scappata dalla Somalia all’epoca della guerra civile e approdata a Roma. In Somalia era sposata con il padre di Zuhra, ma di lui si sono poi perse le tracce. Un giorno, in seguito a una domanda della figlia, decide di raccontarle la sua storia registrandola su delle cassette. Scopriamo così che Maryam a Roma è diventata un’alcolizzata, ma ciò che soprattutto le piace raccontare a Zuhra è la sua infanzia somala, con la sua grande amica Howa Rosario;
infine l’unico uomo voce protagonista, il padre, Elias, che di fatto è padre sia di Zuhra che di Mar, e che ha abbandonato entrambe le figlie, oltre che entrambe le donne amate. Maryam riesce a fargli sapere che dovrebbe parlare a sua figlia Zuhra, raccontarle di lui. Così anche lui registra la sua voce su delle cassette, ma non parlerà di sé, bensì dei suoi genitori e soprattutto di suo padre, violentato da soldati italiani durante il periodo del colonialismo.
Tutto questo in fondo dice ben poco, perché la cosa più bella è immergersi nel romanzo e farsi trasporare da tutte queste voci, in tutti questi luoghi, e uscire infine a testa alta da tanto dolore, perché è possibile. Consigliatissimo.
Per approfondire:
* il libro sulla pagina della casa editrice (da leggere anche le recensioni riportate)
* una recensione apparsa sul manifesto
* un’altra recensione
* un’intervista all’autrice
* i commenti di Igiaba Scego sull’Unità
* la pagina Wikipedia dedicata a Igiaba Scego
PS. Inserisco il post nella categoria intercultura per le origini somale dell’autrice, che tuttavia è nata a Roma ed è a tutti gli effetti una scrittrice italiana.
Terézia Mora, Tutti i giorni (tit. originale Alle Tage), Mondadori, 2009. Traduzione di Margherita Carbonaro. 441 pagine, 22 €.

Una tromba nello uadi
Sono stata sveglia fino alle 3 per finire questo romanzo. Poi sono stata sveglia ancora perché mi ha fatto piangere.
Forse raccontare una storia d’amre può essere uno dei modi migliori per parlare del dramma che divide gli israeliani e palestinesi. Sicuramente imprime a sangue in ogni cuore l’orrore della guerra: una guerra combattuta da persone che non ci credono affatto, in fin dei conti.
«Pensi che quando sono partito dal mio villaggio sapevo di essere arabo? Mi hanno detto di essere arabo e io mi sono detto: che sia. Se gli scarabei mi avessero detto che ero uno scarabeo avrei detto lo stesso: che sia. L’uomo di Huda è simile a me. Gli hanno detto che era ebreo e non ha avuto altra scelta. Gli diranno di andare ad uccidere ragazzi che vanno ad uccidere altri ragazzi e lui ci andrà.»
Queste parole sono pronunciate dal nonno di Huda, un cristiano copto fuggito dall’Egitto dopo una vita di tremende tribolazioni. È il personaggio più saggio del romanzo.
L’io narrante è Huda, una ragazza di trent’anni timidissima e convenzionale, disillusa ormai dall’amore e bonariamente invidiosa della sorella Mary, che è invece spigliata e fa strage di cuori. Le due ragazze vivono con il nonno e la madre nello uadi di Haifa, ossia il quartiere arabo. La famiglia è araba cristiana e vive in un palazzo di proprietà di un arabo musulmano. Inizialmente non ci sono ebrei nello uadi, eppure Huda e Mary sono quasi più ebree che arabe: hanno studiato in scuole ebraiche, hanno amici ebrei, amano la letteratura ebraica e spesso parlano ebraico tra loro. A un certo punto nel condominio arriva Alex, un nuovo emigrato russo che passa le serate a suonare nostalgiche melodie sulla sua tromba. Huda se ne sente subito attratta, e la loro storia inizierà grazie alla lingua: la ragazza infatti si propone di insegnargli l’ebraico, che Alex non parla molto bene.
Haifa, dice Michael, è una città in cui convivono pacificamente etnie e religioni diverse. Ma la guerra non si cura di questo e porta il suo scompiglio ovunque. Il romanzo affronta dunque con grande sensibilità ed efficacia i conflitti tra arabi ed ebrei, senza mai parteggiare per l’uno o per l’altro, ma anzi mettendo in evidenza quanto queste contrapposizioni siano assurde e irrazionali.
Infine scoppierà la guerra in Libano, e il libro raggiunge momenti di grande elevatezza e, credo, di grande realismo, nel narrare le partenze imposte ai riservisti, le attese dei parenti e soprattutto l’atroce assurdità di una guerra che non è voluta da chi effettivamente la combatte.
Meglio delle mie parole farà senz’altro la lettura. Non è un capolavoro, perché a volte scivola troppo nello sdolcinato, e a tratti sembra procedere a scatti, come tagliato con l’accetta, mentre soffermarsi più a lungo su certi passaggi avrebbe giovato all’insieme. Ma è un libro molto bello, che consiglio a tutti. Un difetto è purtroppo qualche scivolata del traduttore, che pare non amare molto il congiuntivo.
L’autore, Sami Michael, è nato a Baghdad nel 1926, da dove è stato costretto a rifugiarsi prima in Iran, a causa del suo attivismo comunista, e poi in Israele per evitare l’estradizione. È ora naturalizzato israeliano e scrive in ebraico, sebbene la sua lingua madre sia l’arabo; è inoltre considerato uno dei maggiori scrittori israeliani.
Per approfondire:
* Sami Michael
* intervista all’autore
* altra intervista all’autore (in inglese)
* la scheda del libro sul sito dell’editore
* una recensione su un bel blog
* una recensione su BombaCarta
* la recensione della Stanza dei Libri di Elisa
* il sito della Giuntina
* la collana Israeliana, in cui è inserito il libro
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Inserito in intercultura, letterature "altre", recensioni e commenti
Etichette Giuntina, guerra, letteratura israeliana, piccola editoria, Sami Michael