Veza Canetti, Die Schildkröten, dtv, München 1999. 288 pagine.
Riemergo dopo tanto tempo dal mio silenzio lussemburghese per parlare di un libro che mi ha molto colpito. Inizio subito dicendo che il romanzo è tradotto anche in italiano: è stato pubblicato nel 2000 da Marsilio su traduzione di Alessandra Luise, con il titolo Le tartarughe.
L’autrice, come si può intuire dal cognome nel caso non lo si sapesse già, è stata la prima moglie di Elias Canetti; il suo nome da ragazza era Venetiana Taubner-Calderón. Ebrea sefardita, nasce a Vienna nel 1897 da una famiglia di origine spagnola, e nella stessa città passa tutta la vita fino all’esilio forzato in seguito all’Anschluß dell’Austria alla Germania. Scrive molto sotto vari pseudonimi, il più usato dei quali è Veza Magd; pubblica qualcosa sull’Arbeiter Zeitung ma, dopo anni di rifiuti, distrugge buona parte dei suoi manoscritti. Questo romanzo era stato accettato per la pubblicazione in Inghilterra ma, a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale, non se ne fece più niente, e il libro fu pubblicato soltanto sessant’anni dopo grazie agli sforzi di Elias Canetti, ormai anche lui deceduto come Veza.
Il romanzo è ambientato a Vienna proprio nel periodo dell’Anschluß e ha tratti autobiografici, non solo per questo motivo. Ad esempio, la figura del marito Elias è ben tratteggiata nel personaggio di Andreas Kain, scrittore che vive in città con la moglie Eva. Ma non è l’unica nota conosciuta che risuona all’orecchio di chi si sia occupato in qualche modo di Elias Canetti. Lo dico subito: tutto questo riecheggiare canettiano disturba un po’, perché dà l’impressione di una scrittrice che non sa staccarsi dall’ombra del marito famoso e che, di conseguenza, non sa crearsi una personalità propriamente sua. Immagino non debba essere stato facile, soprattutto se si considera che, all’inizio del loro rapporto, l’intellettuale fra i due era Veza, mentre Elias era ancora un ragazzo sconosciuto.
Se si esclude comunque questa punta di malessere, unita anche al fatto che la scrittura di Veza mi sembra buona, ma senza essere neanche lontanamente eccezionale, Die Schildkröten è un bel libro, che colpisce soprattutto come documento, più che come opera letteraria.
I protagonisti sono Andreas ed Eva Kain, una coppia che vive in una bella casa a Vienna, casa che i due sono costretti a lasciare a causa delle persecuzioni che stanno colpendo gli ebrei dopo l’Anschluß. Oltre alla coppia, protagonista è anche la follia che colpisce un intero popolo, che improvvisamente decide di rivoltarsi violentemente contro una parte della popolazione, colpevole solo di avere un credo religioso diverso. Die Schildkröten è il ritratto dell’accanimento, della lucidissima follia collettiva che ha poi portato alla Shoah. Lucidissima, perché si vede già delinearsi a chiari contorni ciò che accadrà in seguito. Le violenze quotidiane, molto spesso vere e proprie sopraffazioni psicologiche prima ancora che fisiche, arrivano da ogni dove, anche da quelle persone di cui sembrava di potersi fidare. I coniugi Kain vengono scacciati dalla loro casa, che occupano ancora in attesa del visto per scappare in Inghilterra. Ma piano piano i nuovi inquilini, di pura “razza ariana” e per di più di una certa importanza all’interno del partito, li scacciano completamente, impossessandosi dei loro mobili e relegandoli in una stanzetta. I due infine se ne vanno a vivere da Werner, fratello di Kain, in compagnia di un altro ebreo anch’egli in attesa di visto. Werner sembra essere l’opposto del fratello, sebbene in fondo non siano così diversi: non vuole andarsene, perché l’Austria è la sua patria e non ha alcuna intenzione di abbandonarla. Del resto, lo stesso Andreas vive con rassegnazione la decisione di andarsene, e cerca fino all’ultimo di isolarsi nel suo mondo fatto di scrittura per non dover pensare a quello che gli accade intorno. Nel frattempo, infatti, hanno inizio i veri e propri pogrom: gli ebrei vengono licenziati, sfrattati, i loro mobili requisiti, le sinagoghe bruciano, ci sono arresti, violenze.
I pogrom, la discesa continua a decisa verso il male assoluto: tutto questo viene raccontato con grande precisione e lucidità. E quando documenta questi avvenimenti, Veza raggiunge dei toni di passione lirica che altrove non sfiora neppure. Infine, io credo che il libro vada assolutamente letto, ma che l’approccio migliore sia avvicinarsi a esso con l’idea di leggere un documento, per quanto appartenente al filone letterario. Ciò che colpisce soprattutto, e con questo spirito andrebbe letto, è il tono lucidissimo dell’analisi: Veza parla di Buchenwald e di Dachau, e sono due dei pochissimi luoghi chiamati per nome, parla dei lavori forzati a cui erano costretti i prigionieri, parla delle torture, di campi di concentramento (e li chiama proprio così, Konzentrationslager), dei carri di bestiame e della morte, sebbene non ancora per gas. Non l’ho ancora detto, ma la cosa sconvolgente è che questo romanzo è stato scriutto nel 1939, a guerra non ancora scoppiata. Per questo dico che il libro va letto come un documento, e che va senz’altro letto. Perché di fronte a questo libro del 1939 cade tutta la finzione, di carta, a cui nessuno ormai più crede, che la gente non sapesse quel che stava avvenendo. Perché se una donna ebrea viennese nel 1939 conosce Dachau e Buchenwald come campi di concentramento, vuol dire che tutti sapevano. Certo, a quell’epoca i nazisti non usavano ancora il gas, i campi di concentramento non erano ancora diventati campi di sterminio ma, leggendo questo libro, è ormai impossibile continuare a far finta di credere che la gente non sapesse che l’obiettivo finale di tanta violenza fosse proprio lo sterminio. Tanto che Veza mette in bocca alla camicia nera che ha requisito la casa dei Kain, nel 1939, parole che profetizzano esplicitamente un angelo della morte che scenderà sugli ebrei.
Insomma, un documento di cui non si può pensare di poter fare a meno.
Per qualche approfondimento strettamente letterario, ecco alcuni link:
* il libro
* di nuovo il libro, con le prime righe
* su Veza Canetti, con breve bibliografia
* una bella recensione del libro in tedesco

> il libro fu pubblicato … grazie agli sforzi di Elias Canetti, ormai anche lui deceduto come Veza.
“andava combattendo ed era morto” ? :-D
a parte gli scherzi, bella recensione: finalmente torni a scrivere!!
Mò non cantare vittoria, che non è detto :-)
CIAO MARINA! interessante, metto anche questo libro in lista di acquisto/lettura. ma ti chiedo un consiglio, visto che ti sei laureata su canetti: oltre all’autobiografia, hai letto una biografia su Canetti che sia meritevole?
c’è una biografia su canetti che potresti consigliarmi? (esclusa l’autobiografia, ovvio)
Ciao Serena, non so perché ma WordPress aveva marcato come “in sospeso” (e quindi potenzialmente spam) i tuoi commenti…
C’è una biografia bellissima su Canetti, ma esiste solo in tedesco… ma ora che ci penso tu leggi in tedesco, vero? Il libro si intitola semplicemente “Elias Canetti. Biographie” ed è di Sven Hanuschek, ma preparati… è gigante! Eccolo qua: http://www.amazon.de/Elias-Canetti-Biographie-Sven-Hanuschek/dp/3446205845
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