I quaderni di Malte Laurids Brigge

E ora di nuovo questa malattia, che mi ha sempre colpito in modo così strano. Sono certo che la si sottovaluta. Proprio come si esagera l’importanza di altre malattie. Questa malattia non ha alcun suo carattere specifico, assume i caratteri di colui che essa afferra. Con sicurezza sonnambolica trae fuori da ciascuno il suo pericolo più profondo, che sembrava svanito, e glielo ripresenta dinanzi, vicinissimo, per l’ora più prossima. Uomini che una volta, al tempo della scuola, hanno provato il vizio solitario, le cui complici deluse sono le mani povere e dure dei ragazzi, vi ricadono di nuovo, oppure ricomincia in loro una malattia che da bambini avevano superato; o ricompare un’abitudine perduta, un certo movimento esitante del capo, che anni prima era stato loro tipico. E con ciò che ritorna, si risolleva tutta una confusione di ricordi smarriti che gli pendono addosso come alghe umide su un oggetto riaffiorante dalle acque. Vite di cui non si sarebbe mai saputo nulla vengono a galla e si mescolano con ciò che realmente è stato, e rimuovono un passato che si credeva di conoscere: poiché in ciò che vien su c’è una forza riposata e nuova, mentre ciò che durava presente è stanco per essere stato troppo spesso ricordato.

Sono a letto, cinque piani in alto, e la mia giornata che nulla interrompe è come un quadrante senza le sfere. Come una cosa che, perduta da molto tempo, si ritrova un bel mattino al suo posto, non sciupata, in buono stato, quasi più nuova che al momento della perdita, come se qualcuno se ne fosse preso cura: così sta, qua e là sulla mia coperta, ciò che avevo perduto dell’infanzia ed è come nuovo. Tutte le angosce perdute sono di nuovo qui.

L’angoscia che un piccolo filo di lana che sbuca dall’orlo della coperta sia duro, duro e aguzzo come un ago d’acciaio; l’angoscia che questo bottoncino della mia camicia da notte sia più grosso della mia testa, grosso e pesante; l’angoscia che questa briciola di pane, che ora cade dal mio letto, divenga di vetro e vada in frantumi, e il pensiero opprimente che con questo si infranga tutto, tutto per sempre; l’angoscia che questo lembo di busta stracciata sia qualcosa di proibito che nessuno deve vedere, qualcosa di indicibilmente prezioso, per cui non vi è nella camera un posto abbastanza sicuro; l’angoscia di inghiottire, mentre mi addormento, il pezzo di carbone che sta davanti alla stufa; l’angoscia che qualsiasi numero cominci a crescere nel mio cervello, fino a non trovar più spazio in me; l’angoscia che io stia giacendo sul granito, granito grigio; l’angoscia che io possa gridare e che si raduni gente dinanzi alla porta e che alla fine l’abbattano, l’angoscia che io possa tradirmi e dire tutto ciò che temo, e l’angoscia che io non riesca a dire nulla, poiché tutto è indicibile, e le altre angosce… le angosce.

Ho pregato per avere la mia infanzia, ed essa è tornata, e sento che è ancor sempre dura come un tempo e che non è servito a nulla invecchiare.

Da: Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge (tit. originale Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge), Garzanti, Milano 1974. Traduzione di Furio Jesi.

Il testo si può leggere per intero qui (in italiano) o qui (in tedesco).

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